Borsoi, il cobra e Valentino Rossi

Correva contro Rossi e Guareschi, poi un giorno parlò con Aspar

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A 18 anni diventa pilota per caso e a 29 (non per caso) il Team Manager spagnolo Aspar Martinez gli chiede di diventare il suo braccio destro. Gino Borsoi oggi gestisce un Team con tre classi nel Motomondiale (in 125: Terol e Faubel, in Moto2 Simon e Fores e in MotoGP Barbera) realizzando così tutti i suoi sogni e diventando l'icona di tutto ciò che qualsiasi motociclista vorrebbe essere.

Ha 37 anni ma sembra un eterno ragazzino dal viso simpatico e genuino e la caratteristica voce nasale che si esprime, oggi, con accento fortemente spagnolo. Lo ricordiamo tutti benissimo come pilota italiano, specialmente nella versione “cobra killer”, quando nel GP di Malesia nel 1998, uccise senza accorgersene un cobra che era entrato in pista, ma lo vediamo ad ogni domenica di gara cambiare colore di casacca, poiché nel Team di Aspar Martinez si corre nelle tre categorie con sponsor differenti.

“Dai 6 ai 12 anni facevo cross, poi ho smesso per giocare a calcio. Un giorno un amico di papà mi ha proposto di provare le moto da velocità e ho iniziato così, a 18 anni, dopo un “black out” di 7 anni”.

Tuo papà aveva una concessionaria Yamaha...

“Sì! Ma a Misano avevo provato un'Aprilia Futura 125 e mi sono detto: ”beh, mica male la velocità!”. La preparammo per fare una gara a Misano senza test, non avevo mai girato in pista, infatti le prime curve le facevo col piede di fuori in stile cross”.

Come andò?

“Era bagnato e caddi durante la gara. Però nonostante tutto avevo provato sensazioni nuove e da lì decisi di proseguire. L'anno dopo, nel '93, ho continuato però con la Yamaha, Belgarda voleva farmi correre con l'YZR Sport Production, erano i primi anni, sai, quando c'erano tanti piloti e le categorie zona A, B e C”.

Sì, all'epoca c'era anche Valentino in Sport Production...

“Con Valentino mi sono battuto quando lui correva con la Cagiva, poi sono passato all'Aprilia e abbiamo fatto le finali assieme nel '94... Sono stati degli anni divertenti, c'era Battaini, Tessari, Guareschi, Giugovaz. Poi sono passato al Team Italia ('95 e '96) col 125 e facevo l'italiano e l'europeo, più qualche wildcard”

Era strano già all'epoca non essere un pilota romagnolo?

“Sì. I romagnoli hanno una grandissima passione e questo li ha sempre agevolati perché loro hanno le piste. Per me ogni sabato la strada era lunga: 300 km per andare a Misano, 300 km per Rijeka, 300 km per Monza”.

Come sei approdato al mondiale?

“Alla fine del '96 mi chiamarono a sostituire Ballerini per le ultime gare nel Team Italia ma durante la prima gara a Barcellona ebbi un incidente con Katzuto Sakata e mi fratturai tre vertebre. Il Dottor Costa fece un gran lavoro e dopo tre mesi contattai Semprucci, che aveva una squadra in 125 con Yamaha e gli chiesi se potevo fare un test con lui,  mentii dicendogli che stavo da dio in realtà mi ero appena alzato dal letto! A Misano con la Yamaha faceva un gran freddo e dopo 30-40 giri feci un gran volo, mi ritrovai a terra in un attimo e pensai che non mi sarei più rialzato. Invece le gambe si muovevano: ero a posto! Trovai l'accordo con Semprucci e iniziai con lui”.

Le cadute ti hanno sempre penalizzato; se ci sono piloti che non si fanno nulla, tu ti sei sempre fatto molto male.

“Sì, nel 2001 ero in testa al mondiale con Aprilia e me lo giocai con Poggiali. Allla prima chicane di Brno mi fratturai un po' dappertutto. Poggiali continuava a vincere e una caduta in un anno compromise tutto il mondiale!”.

Poi hai cominciato a fare il Team Manager.

“Nel 2003 decisi di costruire una squadra e per due anni feci pilota e manager della Globet Racing. Il primo anno in squadra con me c'era Alex De Angelis, io correvo e gestivo il team”.

Dev'essere un po' come essere attore e regista insieme...

“Complicato. E' sempre difficile dedicare tempo alla ricerca degli sponsor e trovare la serenità di correre”.

Quanta rincorsa ci vuole per far partire una squadra ex novo in termini di tempo?

“Iil primo anno ci abbiamo messo quattro mesi a capire cosa ci serviva e ad attrezzarci. E' vero anche che c'erano meno gare e il periodo di pausa era un po' più ampio. Poi non c'era questa crisi... Era sicuramente più facile di oggi”.

Come andò quell'anno?

“Direi bene perché siamo arrivati secondi nel mondiale con Alex De Angelis e come squadra fu un debutto importante. L'anno dopo Alex passò alla 250 e noi firmammo un contratto con Mike di Meglio e il secondo pilota ero io. Fu un anno un po' difficile per via degli sponsor, fare manager e pilota iniziò a pesarmi un po' troppo”.

Poi nel 2004 entrò in vigore nel regolamento il limite di età a 28 anni in 125.

Sì, sarebbe stato comunque il mio ultimo anno. Locatelli e tanti altri piloti passarono in 250, io invece decisi di smettere perché non riuscivo più a portare avanti la gestione. Era arrivato il momento di portare avanti il futuro. Quando non arrivano i risultati devi pensare ad una strategia nuova”.

Il futuro è arrivato nel 2005!

"Nel 2005 passammo alla Honda. Dovizioso aveva vinto il mondiale e sembrava che la Honda avesse qualcosa in più. Il nostro pilota era Fabrizio Lai. Sicuramente un'esperienza interessante, ma il grande cambiamento credo fosse aver a che fare con i giapponesi... Lai fece parecchi podi, se non erro raccolse la sesta posizione nel mondiale. Non male, per essere alla terza stagione, con meccanici che arrivavano all'esperienza Aprilia e uno stravolgimento tecnico non indifferente”.

E soprattutto tu hai capito che fare il team manager era un mestiere che ti riusciva bene.

“Sì, oramai tutto il mio tempo lo dedicavo alla gestione della squadra”.

Ti è mai capitato in quei due anni di “rubare” una moto e andarti a fare un giro in pista?

(Ride, ndr) “Il 2005, quando smisi di fare il pilota e passammo alla Honda è stato un anno un po' strano perché in realtà continuavo a fare il collaudatore per Aprilia, mi mancava la moto e non potevo resistere senza, pur avendo un team Honda. Fu lì in cui cominciammo a lavorare sul progetto Aprilia RSA”.

Fu allora che legasti con Aspar Martinez?

“Durante il 2004 iniziarono i primi contatti. Ebbi un colloquio via skype! Aspar mi disse “se ci uniamo possiamo creare una squadra importante”; probabilmente il mio ruolo di collaudatore Aprilia gli serviva, poi un ex pilota italiano con un rapporto così stretto con Aprilia gli avrebbe forse facilitato l'ingresso. Lui non mi conosceva, se non come pilota ma non so cosa abbia visto in me Martinez quella volta! Ci siamo poi rivisti alla gara successiva in Giappone dove ebbi il primo vero contatto con lui. Gli dissi che avrei voluto avere carta bianca  e lui mi disse di sì su tutto. Questo mi sconvolse un po', ero convinto di trovare dell'attrito”.

Fu allora che ti trasferisti a vivere in Spagna a Valencia?

“Nel 2006 con 5 piloti l'impegno aumentava quindi andai a vivere a Valencia con Maria José Botella, la mia ragazza, che gestisce la logistica e la comunicazione del Team. Non fu difficle, anche se non sapevo una parola di spagnolo!”.

Sai che adesso parli l'italiano con l'accento spagnolo e usi diversi vocaboli spagnoli?

Ah sì? (ride, ndr) ogni tanto mi sa che tiro certi strafalcioni in italiano!”.

Insomma, ad ogni scelta hai sempre pescato il jolly dal mazzo!

“Devo ammettere che sono stato molto fortunato,  sono capitato in una grande squadra, abbiamo vinto 3 mondiali in 4 anni e per questo ci vuole comunque fortuna”.

E dal punto di vista della vita privata, è in previsione un matrimonio?

“Con Maria è come se fossimo sposati, siamo insieme 24 ore su 24 e quello che mi sembra ancora strano è che dopo tutto questo tempo siamo ancora affiatati e... insieme! Sono fortunato anche da quel punto di vista”.

Si concilia questo mestiere con una famiglia, con i figli?

“Con il lavoro che abbiamo è praticamente impensabile. Uno dei due dovrebbe smettere di fare questo lavoro e sfortunatamente la scelta toccherebbe a lei perché la mamma è la mamma e... complicherebbe la vita”.

Parliamo del cobra...

“Mi ricordano tutti per quello! In Malesia nel '98. Pensavo che fosse un pezzo della moto di Cecchinello, a quella velocità lì non ti rendi conto e poi non vai a pensare che un cobra ti sta attraversando la strada. Quando fermarono il turno il mio capotecnico, Orlandi, mi disse “hai preso un cobra!”. Io ci ho creduto solo quando ho visto il video e quando un tizio andò a raccoglierlo e me lo portò...”.


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