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Abraham: 21 anni, MotoGP e laurea

Al debutto, in tre GP con la sua Ducati  ha ottenuto un tredicesimo ed un settimo posto

MotoGP: Abraham: 21 anni, MotoGP e laurea

Karel Abraham, pilota di  Cardion AB Motoracing (Ducati), detiene due record: è il più giovane iscritto della MotoGP (21 anni) e l'unico studente universitario della categoria (Facoltà di Legge, Università di Brno). Parla un ottimo inglese: “Imparato nel paddock, non a scuola. E nemmeno in Inghilterra” puntualizza lui. Originario della Repubblica Ceca, viene da quell'area del centro Europa dove si parlano idiomi di nicchia e, forse per questo, la gente è rapidissima nell'impararne altri. “Non so. Forse. Nel mio caso, l'inglese è stato un obbligo. Italiani e spagnoli sono fortunati: se sommi gli uni agli altri, hai raggiunto il cinquanta per cento del paddock. E tra di loro si capiscono  anche se si esprimono ciascuno la propria lingua.  Ed una buona buona parte dei rimanenti, o l'una o l'altra delle due lingue, bene o male, la masticano. Io, dovendo scegliere, ho puntato sull'inglese”. Che serve anche fuori dal paddock. Però è nel paddock, non fuori, che l'ha imparato: “Sì. Chiacchierando. Niente School of English”. Sarà forse per questo che, ogni tanto, sale alla superficie un accenno di accento americano. “Lo considero un complimento”.

Quando ha iniziato a frequentare il Motomondiale (prestissimo: a 15 anni appena) per molti il ragazzino moro dagli occhi chiari era soltanto il figlio di un imprenditore di Brno che non doveva fare troppe economie per accontentarlo quando, dopo essersi lasciato tentare dallo sci (“Ho passione per tutti gli sport che garantiscono adrenalina”, dice Karel) si era lasciato affascinare dai motori.

“Soldi? Vero, la mia famiglia non è povera. Mi pare però di essere circondato da piloti che di soldi ne hanno. Il motociclismo è uno sport costosetto, che funziona con base denaro.  Valentino Rossi è  una calamita per gli sponsor: tuo o di altri, la tua squadra soldi li vuole vedere. Se non ne hai, non ci sei. Se non ci sei, non puoi neppure migliorare. Ovviamente. Triste? Forse. Però, di solito, se hai qualità, riesci”.

Nato 54 giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, ragazzo di un paese dell'Est, Abraham ha affrontato il Motomondiale con curiosità doppia. “Ne parlavo proprio ieri con la mia ragazza. Ero giovanissimo, e circolavo per il paddock come attraversando un sogno. Avrei voluto salutare tutti; invece non conoscevo nessuno.  Era come essere in vacanza in un paese straniero”.

In 125 non sono stato particolarmente veloce. Mi ha aiutato la decisione di iscrivermi comunque alla 250.  La quarto di litro si è rivelata una categoria decisamente più favorevole. Veloce fin dalle prime battute, sono migliorato costantemente. Poi, quando pensavo di potermi concedere qualche soddisfazione, ecco che all'improvviso me la tolgono da sotto i piedi. Nasce la Moto2. Avevo pensato:  Simoncelli se ne andrà, Bautista anche, Barbera pure, Aoyama li seguirà, io migliorerò... sarà il mio turno di salire sul podio”.

Invece, ecco che con la Moto2 si riazzerano le esperienze. Altre storie, come per esempio quelle di chi proviene da categorie cadette a quattro tempi, sembrano possedere forza propulsiva maggiore.  “Mi dicevo: se questa non è sfortuna... Poi, poco a poco, ho imparato come guidarla, la Moto2, e prepararla sempre meglio. Il podio non è più parso un miraggio e, a Valencia, un grosso errore di Elias mi ha offerto la possibilità di puntare addirittura più in alto”. Ed è stato, forse, il giorno della svolta. Anche se Karel assicura di non aver aspettato che quel momento arrivasse, per mettercela tutta.

“Proprio no. E' da quando ho messo piede nel Motomondiale, che non ho mai smesso di fare del mio meglio.  Anche se arrivare in zona punti è stata una faticaccia. Ricordo un Gran Premio: sedicesimo, supero un avversario e mii trovo quindicesimo. Bene, penso. Ci siamo, mi ripeto. Quello, però, quasi subito dopo il sorpasso, cade. Alle mie spalle, quindi. Bandiera rossa, gara interrotta, classifica stilata sulla base del  passaggio sul traguardo al giro precedente. Quando lui era quindicesimo, ed io sedicesimo. Per un punto perdere la cappa: mi è successo spesso”.

Però, alla fine, i risultati sono arrivati. Ed anche  la prima vittoria.  A sorpresa, invece di insistere e consolidare, Abraham si è lasciato guidare, in Moto2, dallo stesso spirito che lo aveva governato in 125. Ed è passato alla categoria superiore senza perdere tempo.

“Perché l'ho fatto?  Perché me ne è capitata l'occasione. In Ducati sono stati gentili: ho chiesto di effettuare un test senza prendere, a priori, alcun impegno per l'anno successivo.  Hanno acconsentito: tempi discreti, ed un  solo momento di vera difficoltà, quando sono uscito di pista, ed ho appoggiato la moto sulla ghiaia.  A quel punto ero confuso: i risultati in Moto2 non erano un gran che e una decisione andava presa in fretta: certe cose vanno stabilite ben prima di fine stagione. Ho preso un bel respiro, ed ho firmato”.

Stranamente (o forse neppure tanto) quello scarabocchio vergato in calce all'impegno  per la MotoGP ha rivitalizzato la stagione Moto2.  “Già. Forse, mi sono sentito più tranquillo, dopo aver programmato il futuro. Forse, ero cresciuto io. Fatto sta che i risultati, a poco a poco, hanno iniziato ad arrivare. Io, che non  ero proprio un fedelissimo della zona punti, ho conquistato prima una nona posizione, poi una sesta, poi una quarta...   ho saltato per incidente tre GP, nella parte centrale della stagione. Dopo il rientro, un terzo posto. Poi la vittoria. Ho concluso lil campionato decimo, ma a soli cinque punti dal sesto”.

In MotoGP, fino ad oggi, ha ottenuto un tredicesimo ed un settimo posto.

Quello che ancora mi riesce solo di tanto in tanto, e non a comando, è il giro a vita persa. Determinante in qualifica. Per contro, sono capace di rimanere nei dintorni del mio miglior tempo giro dopo giro. Il che è un bene per la gara. Per me non è ancor semplice ricavare il massimo dalle gomme nuove”.

Prima di lui, soltanto un pilota dell'Europa dell'Est è riuscito a proporsi nella massima categoria: Gabor Talmacsi. E poco ci è mancato che il giorno del suo debutto sia stato dichiarato festa nazionale.

“L'Ungheria è così. La Repubblica Ceca è diversa, anche se, come territorio, così vicina. MotoGP o Moto2, da noi  non fa tanta differenza: ogni tanto qualcuno mi riconosce, e c'è un autografo da fare. O una foto da scattare. Niente di speciale”.

“Obiettivi, non me ne pongo. E se me ne pongo, non li racconto. Una cosa sola la dico apertamente: non voglio ritrovarmi a correre da solo, in fondo al gruppo. Voglio avere sempre qualcuno con cui confrontarmi. Con cui misurarmi”.

Realismo. “Più che altro, non mi piacciono i 'se' ed i 'ma'. Quello che è, è”.

Se non avesse fatto il pilota?

Sport. Uscendo dall'ambito... Mi piacciono i film; forse, una buona laurea mi aiuterà a lavorare nel settore. Essere coinvolto nella produzione, per esempio: però, ci vogliono risorse economiche molto importanti. Mi piace recitare: non ho la più vaga idea se sarei in grado o meno di farlo, però mi accorgo che mi diverto nel trovarmi davanti alle telecamere. Non sono timido. Ma non credo di avere qualità sufficienti.... Però, nel settore della gestione... perché no? Mi ci vedo. Un giorno. Perché in MotoGP voglio rimanerci molto a lungo”.

 

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