Alex:per Shoya niente champagne

Il sammarinese è certo che con un passaporto diverso sarebbe in MotoGP

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La vittoria ha un sapore così buono che non si dimentica mai, nemmeno se nel frattempo è passato un po' di tempo.

A Phillip Island Alex De Angelis ha vinto una gara tanto sudata (nonostantele le temperature polari!) quanto meritata. Ieri aveva conquistato la sua prima pole position in Moto2, scippandola all'ultimo momento ad uno Scott Redding le cui performances ultimamente si esprimono dietro la regia di uno stato di grazia totale.

Stessa cosa oggi in gara: un duello con Redding che alla fine ha desistito, lasciando al sammarinese l'onore di salire sul primo gradino del podio. Un destino strano quello di Alex e di Scott, che gioca ad intrecciare le vite dei due piloti nei momenti più belli e anche pù brutti della loro carriera. Non solo pole position e podi, per i due, ma anche l'incubo di quella domenica fatale a Misano, quando il loro amico Shoya Tomizawa è scivolato in gara proprio davanti a loro che sfrecciavano rapidi nell'istante successivo. Poi, l'immenso dolore, l'incredullità, la polemica, i sensi di colpa, la cattiveria degli ignoranti. E un amico in meno.

"Dedico questa vittoria a Shoya - ha detto Alex visibilmente commosso - ho vissuto con Scott ogni momento di questa triste vicenda e prima di salire sul podio, oggi, ci siamo messi d'accordo di festeggiare senza innaffiarci con lo champagne. Beh, lui è minorenne quindi lo champagne non l'avrebbe comunque potuto stappare" ha precisato.

E' stata una gara difficile?

"Sì, sapevo di essere abbastanza a posto, inoltre partivo dalla pole position, però nella prima parte della gara sentivo la gomma posteriore scivolare molto. Poi mi sono sentito più a mio agio sulla moto, ho fatto alcuni giri veloci e mi sono ritrovato davanti. E' bello vincere, era dal 2006 a Valencia che non vincevo, però all'epoca correvo in 250 con gente come Stoner, Lorenzo e Dovizioso, e secondo me un secondo posto di allora a pochi millesimi da Lorenzo vale di più di una vittoria oggi sulla Moto2".

Ti senti un po' il "Paperino" della situazione, quello a cui non glie ne va mai bene una?

"Sì in un certo senso sì. Ma quest'anno le mie sfortune sono state sotto gli occhi di tutti: ho cambiato tre team, tre moto e due categorie. All'inizio è stato un disastro, il mio team non aveva il budget per sviluppare la moto. Quello che ho fatto in Malesia e in Giappone sarebbe stata la normalità, se fossi partito fin da subito con questo team; sono loro che mi hanno dato la possibilità di arrvare fin qui, anche se, lo ripeto, per loro corro gratis perché non c'è un contratto, ma una stretta di mano".

Lo scorso anno eri già approdato in MotoGP. Dov'è l'errore?

"E' Caprara l'uomo che mi è mancato in MotoGP per fare quel salto necessario. Ogni pilota ha il suo capotecnico, tutte persone che hanno una grandissima esperienza ma il rapporto che riesci a stringere con una persona in particolare non è qualcosa che si studia sui libri di scuola. Qui, con Luca Montiron, ho ritrovato tutta la squadra che avevo in Aprilia 250".

Vero, perfino il compagno di squadra, Simone Corsi, è lo stesso. Tutto qui, quindi, è solo un fatto di persone con cui si lavora?

"Non solo. Se l'anno scorso avessi avuto un passaporto diverso, magari tedesco o inglese, in GP ci sarei sicuramente rimasto".


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