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Addio Ivano Beggio, papà di Aprilia

E' scomparso il fondatore della casa veneta. A lui dobbiamo i nostri più grandi campioni, da Biaggi a Rossi,  e grandi tecnici e manager

Addio Ivano Beggio, papà di Aprilia


Il suo accento veneto mi metteva allegria. Specie quando, prima di salire sul podio assieme ad uno dei suoi piloti - da Reggiani, a Biaggi a Rossi, passando per Capirossi e Melandri - solo per citare i più famosi e vincenti, passava al dialetto per sottolineare il momento.

Se ne è andato Ivano Beggio, lo avrete capito, quello che un tempo il vocabolario romantico definiva un ‘capitano d’impresa’.
Non solo un imprenditore.

Ivano BeggioPerché se dalla fabbrica di biciclette di papà Alberto fai nascere l’Aprilia non è solo fiuto per gli affari: è passione.
Specie se alla tua creatura dai un’impronta ‘Racing’ che più racing non si può.

Se Claudio Castiglioni ti chiamava di notte se la sua Cagiva faceva il record della pista in Australia, Ivano Beggio era più discreto, ma egualmente entusiasta.
Claudio era vulcanico, accentratore, un magnifico pazzo scatenato. Irresistibile. Sembrava portare le sorti della Cagiva sulle sue spalle.

Ivano l’Aprilia, invece, l’aveva più strutturata: l’inseparabile moglie Tina al fianco, più importante di quanto apparisse, Carlo Pernat al management, l’ingegnere Jan Witteveen alla progettazione, con l’insostituibile presenza del mago dei 2 Tempi, Jan Thiel prima e di Gigi Dall’Igna poi.

E’ indiscutibile: il motociclismo agonistico italiano degli ultimi 30 anni lo hanno creato questi due.

E se il primo ha avuto il merito di rilanciare la Ducati, prendendone brevemente le redini, Ivano Beggio ha lanciato come ricordavamo poc’anzi la maggior parte dei campioni delle due ruote.
Dite il primo nome che vi viene in mente: ha sicuramente corso e vinto con l’Aprilia. 125 o 250, nacque prima quest’ultima, per approdare poi alla 500 con una coraggiosa bicilindrica due tempi.

Ricordiamo ancora la gestazione di quella prima Aprilia: venne a trovarci Michele Verrini, geniale manager toscano, a San Larraro di Savena, in quella che era l’allora redazione di Motosprint.
Portava con sé dei disegni di una moto da corsa - la grafica era rigorosamente tricolore - che di lì a poco avrebbe presentato ad un imprenditore veneto.
Il progetto prevedeva all’inizio un motore Rotax.

Ci voleva un entusiasta per gettarsi nell’avventura, e chi se non il signor Ivano?
Così lo chiamavano tutti in Aprilia: il signor Ivano.

La sua 250 debuttò nel 1985, l’anno in cui in quella categoria dominava la Honda di Freddie Spencer. Quella stagione fruttò due terzi posti a Loris, a Rijeka e Misano. La prima vittoria arrivò, sempre su questa pista, e sempre con Reggiani, due anni dopo.

L’abbiamo incontrato l’ultima volta due anni fa per i suoi magnifici 70 anni, a Venezia, nel suo palazzo Barbaro con gli affreschi del Tiepolo, affacciato sul Canal Grande tra Palazzo Franchetti e Palazzo Benzon Foscolo, dirimpetto a Palazzo Balbi Valier.

Una festa grandiosa, ma intima. Si era voluto circondare - anche se Aprilia passata in mani Piaggio faceva ormai parte del suo passato - di quanti avevano condiviso con lui quei giorni di tuono.
Fu divertente e commovente. Ci trattò tutti da amici intimi, come solo i veri signori sanno fare.

Se ne è andato l’ultimo dei giganti del motociclismo italiano.
Per lui vale il saluto dei campioni, GodSpeed Ivano.

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