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IL RICORDO, Angel Nieto: ogni corsa una festa

Era il re del 'Continental Circus'. Prima di lasciare la Spagna, pregava. Un modo gioioso di intendere le corse

IL RICORDO, Angel Nieto: ogni corsa una festa

Gli spagnoli lasciavano il circuito dopo che Angel Nieto era salito sul podio. Delle altre classi, anche quando a vincere era Giacomo Agostini, si disinteressavano con quel garbo e superiorità tutte iberiche, che sfoggiano anche quando parlano di quello che per loro è l'unico prosciutto al mondo: il jamon serrano de Pata Negra.

Il primo ricordo vero che ho di lui risale ad ad un Gran Premio di Salisburgo, aprile dell' anno 1979. Faceva freddissimo. Rientrò ai box della Minarelli infreddolito, le mani ghiacciate e mentre parlava con i meccanici, poiché io me ne stavo da una parte ad ascoltarli, mi tirò a sé e mi infilò le mani guantate sotto le ascelle, per riscaldarsele. Della serie: visto che sei qui renditi utile. Naturalmente vinse ed in quali condizioni posso spiegarlo solo ricordando che l'anno successivo a Salisburgo non si corse causa neve.

Piccolo di statura, capelli lunghi, occhi penetranti, saliva sul gradino più alto del podio con la grazia di un ballerino e la strafottenza di un matador. E se si era in Spagna potevi essere certo che al suo fianco c'era re Juan Carlos, suo amico personale. Si diceva che andassero in pista assieme, a Jarama, perché il re amava guidare.

Piccolo di statura, Angel Nieto è stato un gigante, e non solo perché negli anni dalla fine dei '60 alla metà degli '80 ha vinto 13 titoli mondiali fra 50 e 125. Anzi: 12+1, perché in Spagna il 13 è il nostro 17 ed Angel era molto superstizioso. Ai suoi tempi non lasciava la Spagna senza aver pregato la Vergine, in chiesa, e alla fine del giro di ricognizione non mancava mai di farsi il segno della croce. E' stato un gigante perché per primo – prima addirittura di Barry Sheene che arrivò nel 1976 – ha interpretato ogni sua gara come uno show. Nel contempo era un pilota scrupoloso, con l'ingegner Jorg Moeller, uno che macinava il caffè a seconda della temperatura e umidità della giornata, formarono un binomio pressoché imbattibile.

Superiore agli avversari come l'Ago dei tempi migliori, ma a differenza del 15 volte iridato a cui non interessava fare spettacolo non se ne andava in testa al Gran Premio per vincerlo in solitaria, battendosi contro il record dell'anno precedente. No, lui rimaneva nel gruppo, andava in testa, poi si faceva superare magari sul rettilineo e, furbo come una volpe, contava uno ad uno gli avversari. Li pesava.

Accucciato come un felino sulla sua moto, dal piccolo cupolino spuntavano solo i due fregi neri che inalberava sul casco bianco. Simboleggiano le corna del toro. Per tutti era “El Cabron”.

Seguire le sue corse era uno spettacolo. Un Rossi ante litteram, se ricordate i primi anni di Valentino, quando faceva finta di essere al limite ed invece stava giocando con i rivali.

Non a caso Nieto di Vale divenne grande amico. Condividevano stile di vita, passione per le due ruote e per la vita notturna. Già perché una volta il paddock di quello che gli stessi piloti amavano chiamare 'Continental Circus' aveva una vita notturna. C'era Takazumi Katayama che suonava la chitarra con una incredibile pettinatura afro, ma il gruppo che si distingueva fra tutti era quello composto da Nieto, Marco Lucchinelli e spesso, Gianni Rolando. Allora sul podio c'erano le ragazze sponsorizzate dalla Champion e quando i motor home, più spaziosi, presero il posto delle roulotte, ogni sera era un party.

Questa vita gioiosa, donne, corse e rock'n roll, Angel continuò a farla anche dopo aver smesso di correre. Era un generoso, così quando Rossi a Le Mans raggiunse quota 90 vittorie eguagliando lo spagnolo i due festeggiarono assieme: Angel alla guida della Yamaha del pesarese e Valentino dietro, come passeggero. Sapeva, Angelino, che la sua gloria non erano 12+1 titoli o le 90 vittorie. Ma ciò che queste si erano portate dietro. Ciò che lui aveva creato. Un personaggio? Senza dubbio, ma reale. Nieto era quello che appariva, sopra od al fianco di una moto, o abbracciato ad una ragazza. Un sorriso contagioso che non cambiò quando i lunghi capelli divennero bianchi.

L’ultima volta che lo abbiamo visto 'in azione' è stato nel maggio scorso, alla Ramoncita, la fazenda di Giacomo Agostini, per onorare la consuetudine del Gran Premio di Jerez di vedersi sabato sera a casa di Ago.

Era con la sua Belinda. Lui 70 anni in forma e divertente come un ragazzino, lei, più giovane di lui, sempre bella. Il re delle feste. Ecco in questo superava Ago: Nieto era un viveur e non a caso alla fine della carriera faceva comunella con il nostro Marco Lucchinelli.

Nieto, che aveva cominciato a lavorare a dieci anni, ad un certo punto lasciò la natia Zamora dove il padre aveva un negozio di uova per andare a lavorare come meccanico in una fabbrica di moto a Barcellona per potersene pagare una. Lì conquistò la fiducia della famiglia Rabasa, proprietaria della Derbi. Dopo i trionfi con l'ex fabbrica di biciclette (Derbi è l'acronimo di Derivato bicicleta) fu la volta della Bultaco, nata dalle ceneri della italiana Piovaticci. Poi approdò in Italia, alla Minarelli che più tardi – moto identica colori diversi – divenne Garelli.

Negli ultimi anni Angel aveva scoperto il mondo del tennis seguendo il figlio più piccolo, il sedicenne Hugo, che si prepara nella accademia di Rafael Nadal, a Manacor, a Maiorca.

La mamma, Teresa Roldan, ha cent'anni. Angel sapeva di avere un buon DNA. Ed anche questo è un grande rimpianto.

Questo articolo, in una versione più breve, è stato pubblicato sul Corriere dello Sport di venerdì 4 agosto 2017

 

 

 

 

Nieto ha vinto sei titoli mondiali nella classe 50 (nel 1969, 1970 e 1972 su Derbi; 1975 su Kreidler; 1976 e 1977 su Bultaco) e sette volte nella classe 125 (nel 1971 e 1972, su Derbi; 1979 e 1981 su Minarelli; 1982, 1983 e 1984 su Garelli).

Si ritirò nel 1986. In carriera vinse novanta Gran Premi: 27 vittorie nella classe 50, una nella 80 e 62 nella 125. Una curva del circuito di Jerez de la Frontera porta il suo nome.

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