MotoGP, Mir: "Dedicato a chi soffre per il Covid: è stato anche lui un avversario"

"Essere riuscito a fare un po’ più felice anche solo l’1% di loro sarebbe la mia vittoria più grande. Il valore del titolo? Marc non è qui perché l’abbiano rapito, ma perché ha fatto un errore che gli è costato la stagione”

Share


Chi l’ha detto che i sogni non possono avverarsi? Joan Mir, ieri sera, prima di addormentarsi ha chiuso gli occhi “e ho cercato di immaginarmi il momento in cui avrei tagliato il traguardo e sarei stato campione del mondo. Poi mi sono detto, vedremo se accadrà. È successo e probabilmente è stato ancora meglio di quanto la sua fantasia era riuscito a creare. Vent’anni dopo il titolo di Kenny Roberts Jr in 500, il maiorchino ha riportato la Suzuki sul tetto del mondo. 

Joan non è uno di quei baby fenomeni che hanno iniziato ad andare in moto prima di sapere camminare, solo a 9 anni ha iniziato a pensare se stesso come un pilota e poi ha bruciato tutte le tappe. Non senza qualche difficoltà.

Ho lottato tutta la vita per raggiungere questo sogno e non posso ancora crederci di avercela fatta - ha spiegato - Mio papà non aveva i soldi per pagare una squadra che mi facesse correre, quindi la mia unica possibilità era vincere, in modo che uno sponsor mi notasse e aiutasse. Però mi allenavo moltissimo, la sera arrivavo a casa distrutto e lo stesso mio padre che faceva tanti sacrifici. Avevo questo sogno in mente e non mi sono mai fermato. Ci sono tante persone che devo ringraziare, prima di tutto la mia famiglia, chi mi ha aiutato in passato e la Suzuki per avermi dato questa possibilità. Non mi aspettavo di diventare campione al secondo anno, ma ora il titolo è mio” ha sorriso.

"Vincere il Mondiale con la Suzuki ha un valore maggiore, per questo l'ho scelta"

Non tutti avrebbero puntato sulla Suzuki, ma è stata la sfida di riuscire dove nessuno lo aveva mai fatto in MotoGP a convincere Joan.

Sapevo che se avessi vinto il titolo con questa moto avrebbe avuto un valore maggiore - ha detto - Sono stato coraggioso, ma era quello che volevo. Sheene, Schwantz, Uncini sono delle leggende e potere fare parte della storia della Suzuki insieme a loro è il motivo per cui sono venuto qui”.

In tanti hanno magnificato il lavoro svolto da Brivio, partito dal nulla e arrivato a Mondiale. Mir non potrebbe essere più d’accordo.

Ha fatto un lavoro meraviglioso - ha confermato - In squadra c’è una buona combinazione delle serenità e serietà giapponese e della spensieratezza italiana. In tanti hanno contribuito a migliorare la moto, a partire da Guintoli, ma anche Iannone, Vinales ed Aleix Espargarò in passato. Soprattutto Alex Rins ha molti meriti, anche perché da compagno di squadra è il mio primo rivale, mi ha spinto verso il limite ed è parte di questo successo.

Joan è stata la ciliegina sulla torta.

“I miglioramenti di quest’anno sono il frutto del lavoro del precedente  - ha sottolineato - A inizio stagione, però, non pensavo di potere vincere il titolo. In Austria, dopo il primo podio, ho capito di essere competitivo, ma è stato solo dopo Misano che ho iniziato a pensare al campionato, mi sono accorto di potere essere veloce su ogni pista”.

"Dedico questo titolo a tutte le persone che soffrono per il Covid"

Si può dire che il difficile, però, doveva ancora venire. Perché più il traguardo si avvicina e più è difficile sbagliare, invece Joan ha mostrato una freddezza da campione consumato.

Non era proprio così - ha sorriso - Dall’esterno sembravo calmo e senza pressione, ma in verità la sentivo. Non dico che fosse una brutta sensazione, ma questo è stato un anno difficile, perché la pressione non era solo in pista ma anche a casa, a causa del Covid. Non è stata facile da gestire, il virus è stato un rivale insieme a quelli in gara. Anzi, credo che alla fine non abbia bisogno che io gli dedichi il titolo, quindi vorrei dedicarlo a tutte le persone che hanno sofferto e stanno soffrendo per il coronavirus. Essere riuscito a fare un po’ più felice anche solo l’1% di loro sarebbe la mia vittoria più grande”.

Mir ha dimostrato una volta di più di essere un ragazzo con i piedi per terra e soprattutto un gran lavoratore. Anche se Chicho Lorenzo, papà di Jorge e suo primo maestro, ha dichiarato che da piccolo Joan non sarebbe stato così serio.

È esattamente l’opposto di quanto mi hanno sempre detto - gli ha risposto - Bisogna considerare che all’epoca avevo 9 anni e non puoi chiedere al bambino di quell’età di prendere tutto troppo seriamente, io per primo non sapevo cosa avrei fatto”.

"Tagliare il traguardo ed essere campione del mondo è stata una sensazione brutale"

Però lo ha capito chiaramente dopo poco e la sua scalata al successo è stata rapida. 

La sensazione quando ho tagliato il traguardo è stata brutale - ha raccontato - Non capivo più nulla, mi hanno fermato per i festeggiamenti, mi parlavano e io facevo di sì con la testa, ma in verità non sentivo nulla”.

Al parco chiuso ha trovato sua madre, una cosa più unica che rara.

Lei non solo non viene mai ai circuiti, ma non vede neanche le gare, guarda solo i risultati. Però oggi era qui per un buon motivo - ha scherzato - Lei e mio padre mi hanno aiutato molto, hanno caratteri diversi e io penso di avere preso un po’ da entrambi”.

La velocità ad adattarsi velocemente a moto e categoria però è tutta stoffa sua.

All’inizio ero obbligato - ha spiegato - O vincevo o tornavo a casa, come nelle minimoto. Lo stesso in Pre-GP, dove ho vinto al primo anno. Poi sono passato in Rookies Cup, ma ero veramente piccolo, non avevo la forza necessaria per guidare quella moto, ma nella seconda stagione ho lottato per il titolo. Poi è arrivato il CEV con la Ioda, non la miglior moto, e infine il Mondiale. Ho iniziato con KTM , poi sono passato a Honda e la Moto2 con Kalex. Praticamente non avevo mai fatto due anni sulla stessa moto”.

Ora Schwantz gli ha offerto di provare la sua 500. “Non sono ancora pronto” gli ha risposto con una battuta.

Kevin è sempre stato un suo idolo, ma non il solo.

“Quando ero piccolo mi ispiravo a Lorenzo, anche lui di Maiorca - ha raccontato - Non ho mai avuto un poster attaccato in camera, ma ho ancora a casa di mio papà la collezione dei modellini delle moto di Valentino Rossi”.

"Marquez non è stato rapito, ha sbagliato. Il mio titolo non ha un valore minore senza di lui"

Mir sta vivendo il miglior giorno della sua vita, ma c’è una domanda che lo infastidisce. Quella sul valore del suo titolo senza Marquez in pista.

Chi dice che possa valere meno per la sua assenza non capisce molto di moto - la sua risposta - Marc non è qui perché l’abbiano rapito, ma perché ha fatto un errore che gli è costato la stagione. Anche in passato è successo che un favorito al titolo si sia infortunato, fa parte del nostro sport”.

Articoli che potrebbero interessarti