MotoGP legata a doppio filo ad Italia e Spagna, ecco il vero rischio

Il motomondiale più in bilico di altri sport per il profondo legame con i due Paesi tra i più colpiti dalla pandemia. Quasi il 60% dei piloti è composto da italiani e spagnoli, per non parlare di team e personale Dorna ed IRTA

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L’emergenza Coronavirus in Europa sta lentamente diminuendo ed in fondo al tunnel si inizia ad intravedere una luce che potrebbe portare al ritorno ad una vita normale, ammesso che dopo quanto accaduto la vita di tutti possa realmente tornare normale. Le attività sportive inizieranno di nuovo ad essere svolte, magari con il sacrificio del pubblico che di certo non potrà assistere agli eventi dal vivo, almeno nella fase iniziale della ripresa. 

E’ un sacrificio accettabile, perché il motore del business nello sport sono i diritti TV, il pubblico davvero fondamentale è quello televisivo. Per quanto possa essere un dispiacere per un appassionato non poter vedere di persona un grande evento sportivo, il solo fatto di poterlo rivedere in TV rappresenterà un’autentica boccata d’ossigeno, per tutti gli appassionati di qualsiasi sport. 

La MotoGP non è il calcio: senza pubblico si può correre, ma è un mondiale

Per questo si sta lavorando per organizzare anche la MotoGP senza pubblico e con il minimo personale indispensabile nel paddock. C’è però da ragionare su alcuni aspetti che coinvolgono la MotoGP come tutti gli altri sport. Prendiamo ad esempio i campionati di calcio nazionali. La LIGA potrà essere ripresa regolarmente, stessa cosa per la Serie A e per la Premier League e la Bundesliga. Tutti campionati importanti, che muovono interessi economici enormi. Ma tutti disputati all’interno di confini nazionali. 

La MotoGP è un campionato mondiale, nel suo calendario originale tocca quattro continenti e muove letteralmente una comunità di circa 3000 persone in giro per il mondo. Il punto che pone un freno enorme alle chance di disputare un mondiale ‘normale’ si sta profilando con sempre maggiore chiarezza.

Disputare gare senza pubblico è accettabile. Disputare gare senza ospiti dei team e con il numero dei tecnici ridotto all’osso è accettabile. C’è poi la questione relativa a media, giornalisti e fotografi, ma anche per questa problematica si potrà in qualche modo accettare un sacrificio, magari trovando alternative per consentire gli incontri tra giornalisti e piloti. Questo periodo di lockdown sta mostrando il potenziale delle interviste via web, una soluzione tecnologica sarebbe applicabile, anche se non auspicabile per garantire la qualità dell'informazione. 

C’è però un punto che è impossibile arginare, ovvero la massiccia presenza di italiani e spagnoli che fa parte del gruppo di imprescindibili, che sono quelle persone che ai GP devono per forza esserci. Già solo guardando ai piloti, appare chiaro che la presenza di italiani e spagnoli sia sproporzionata rispetto a qualsiasi altra nazionalità. Il 56% dei piloti è composto da italiani e spagnoli. Estendendo lo sguardo ai team, lo sbilanciamento è ancora già evidente sia perché la maggior parte dei team è appunto italiana o spagnola, sia perché anche in quelle squadre che non hanno nazionalità in nessuno dei due Paesi, lavorano molti tecnici che vengono dall’uno o dall’altro Paese. Questo perché l’ossatura stessa del motomondiale è composta da italiani e spagnoli, i due Paesi che hanno in questo periodo storico la maggior competenza, la preparazione e probabilmente la storia. 

Italia e Spagna rappresentano il DNA del motomondiale, il 56% dei piloti provengono dai due Paesi

Di certo ci sono le Case giapponesi e la KTM a recitare un ruolo fondamentale. Ma basta fare una passeggiata in pitlane per comprendere che la maggior parte delle persone coinvolte nell’attività in pista, che poi è il motore di tutto, sono italiane o spagnole. Quanti Paesi lasceranno entrare italiani e spagnoli senza fargli rispettare una quarantena quando anche l’emergenza sarà rientrata?

Inutile sottolineare che la Dorna, spagnola, gestisce una parte enorme di tutta l’organizzazione e che in questo momento rischia moltissimo se le idee del governo spagnolo fossero confermate nel breve periodo. Tutti i bilici dell’IRTA si trovano in Spagna, come quelli della maggior parte dei Team Moto2 e Moto3. Se i confini della Spagna dovessero realmente restare chiusi fino a Natale, non ci sarebbe davvero una soluzione facile da percorrere. 

Carmelo Ezpeleta, all’inizio della crisi, disse una frase specifica: “Noi di Dorna abbiamo la testa dura” e tutti sono certi che si farà di tutto per disputare il campionato nel miglior modo possibile. Non resta che sperare che la testa in questione sia effettivamente dura abbastanza da abbattere limiti che sembrano sempre più impenetrabili. 

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