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MotoGP, LA MOSTRA Race Queen: la malizia è negli occhi di chi mi guarda

Allo Spazio 212 di Bologna, da mercoledì 19 giugno a giovedì 20. Ingresso libero. Una cinquantina di scatti di Mirco Lazzari dedicati alle ragazze ombrello della MotoGP

MotoGP: LA MOSTRA Race Queen: la malizia è negli occhi di chi mi guarda

Umbrella girl, letteralmente, ragazze ombrello; decisamente più carino "ombrelline", come le chiamiamo in Italia. Sono le (belle) ragazze che vediamo al fianco dei piloti nei minuti che precedono la partenza della gara.

Sempre sorridenti, anche se si sciolgono al sole o tremano dal freddo; imperturbabili al loro posto, le ultime a lasciare lo schieramento, a scappare via camminando sui tacchi alti quando ormai i piloti hanno la visiera abbassata e assorti nei loro pensieri hanno occhi solo per la pista.

Il pubblico no, continua a guardarle, a seguirle mentre sfilano nella corsia box, fino a che non scompaiono alla vista, per tornare dietro le quinte, dopo i loro pochi minuti "in pole position". Il loro gran premio non è finito, tornano al lavoro nel paddock, prima di tornare alla vita vera.

Mirco Lazzari, da anni apprezzato fotografo del Mondiale MotoGP, in forza all'agenzia Getty Images, ha deciso di raccontarle dedicando loro uno spazio esclusivo, una intera mostra in cui ci fa conoscere il mondo delle ombrelline attraverso  la forza delle immagini.

Lazzari mescola foto di backstage, con ragazze in gruppo che ridono e scherzano a quelle più cariche di tensione sullo schieramento, ci racconta il rapporto con i fan, gli immancabili selfie. I piloti quasi non compaiono, messi in ombra da chi fa loro ombra…

Questa esposizione, che ci propone una cinquantina di scatti in vari formati, si terrà nel centro di Bologna, allo "Spazio 121" di via Garriera 2B. Dopo l'inaugurazione di mercoledì 19 giugno alle ore 18,00, la mostra sarà aperta fino al 19 luglio dal lunedì al sabato, dalle 15,00 alle 20,00 con ingresso libero. La domenica mattina la visita sarà possibile solo prenotandosi al 3292242266.

Race Queen, una storia

di Alice Margaria

Lo specchio riflette silenzioso la mia immagine, mentre là fuori il clamore dell’autodromo affollato e vestito a festa avvolge le pareti ovattate del motorhome. Occhi negli occhi con me stessa, ingoio un sospiro e glie lo mando giù al cuore: lo sento bussare frenetico dentro al mio seno generoso e confondersi con il battito che proviene dalla porta.
“Ragazze! Siete pronte? Due minuti!”.

Il cuore ha un contraccolpo e accelera come un motore sul banco di prova. Ci siamo, il tempo dei preparativi è scaduto! Un ultimo rapidissimo controllo… mi giro e mi rigiro e, ok, la gonnellina mi sta a pennello, e meno male che oggi c’è il sole e potrò godermi la giornata… l’ultima volta faceva un freddo! c’era il vento e pioveva, le gambe livide, la pelle d’oca e... l’ombrello! che dalla griglia di partenza salutava il pubblico agitandosi come un aquilone! Che fatica tenerlo fermo!

Devo stringere meglio i sandali, mi stanno un po’ larghi, ma ormai questi sono, e per questa stagione dovrò farmeli andare bene… camminerò disinvolta e starò molto attenta a non inciampare. Mi sistemo i capelli, lunghi, spostando tre ciocche sul petto, anzi due, ché il collier con lo sponsor deve essere bene in vista. E il trucco…? Perfetto così, nel mitigare i segni dell’emozione che mi ha tenuta sveglia tutta la notte. Come sempre, prima di ogni gara. E pensare che noi dovremmo essere le fatine dei piloti che accompagniamo, chiamate ad elargire sorrisi e allegria e a portare serenità e fortuna, scaramantici come sono tutti loro! … se solo immaginassero il fuoco che abbiamo dentro ogni domenica di gara, sapendo di avere milioni di occhi di tutte le forme e di tutti i colori puntati addosso!

“Come sto?” ci guardiamo fra noi con complicità, controllandoci e dandoci coraggio. Sei bellissima! Anche tu! Dove sono gli ombrelli? Sono lì, nello scatolone insieme ai guanti. Il tuo pass l’hai preso? L’avevi lasciato in bagno quando ti sistemavi il piercing all’ombelico e, aspetta, nascondi meglio quel tatuaggio, sai che lo sponsor non vuole che si veda.

Stendo sulle labbra l’ultimo velo di rossetto e mi mando un bacio di conforto. Guanti, ombrelli… si comincia. La porta del motorhome si spalanca e la luce abbacinante del sole ci investe, mentre un liquido skyline di teste, cappellini e vessilli si espande per il paddock all’infinito. Le tre gocce di profumo che ho spruzzato sul collo si concedono all’aria già pregna di carburante, di pneumatici e di grigliata... finalmente riconosco questa fragranza amica e familiare che mi accoglie e mi fa sentire a casa.

Camminiamo ordinate e in fila, tutte uguali, tutte diverse, verso il box dei nostri sponsor, dei nostri piloti, splendide e sorridenti nelle foto rubate fra il caotico frastuono degli appassionati. Un selfie insieme! Una foto! Posso? Certo che puoi! Che bello quando te lo chiedono pur sapendo che sei lì apposta! L’educazione e il rispetto non andrebbero mai dati per scontati, una mano appoggiata dove non vorrei, una foto a tradimento sotto la gonna, senza chiedermelo prima... ma l’ignoranza di chi il rispetto non ce l’ha esiste ahimè in ogni ambiente di lavoro, non solo qui. Un sorriso, una posa, click! Un battito di ciglia e la mia foto è già nell’iperspazio di una semplice bacheca social, o sulla copertina patinata di un noto settimanale!

Respiro il box e il suo inebriante profumo, pronta a raggiungere la griglia di partenza. Il mio pilota è già assorto, sospeso nel suo mondo parallelo, il corpo incernierato in una seconda pelle, il cranio rinchiuso in un secondo cranio, le gambe allacciate alla sua amante meccanica, sedotto dal richiamo della sirena che tuona in pit-lane. Sono tesa con lui, per lui, per me… lo rivedrò tra poco in griglia.

Mi incammino con tutto lo squadrone insieme a gomme e avviatori. Le tribune ricoperte da chiassosi punti colorati, l’eco che fa il verso agli altoparlanti. Un sorriso fra noi ragazze, in bocca al lupo a tutte noi! Mi sistemo accanto alla “mia” moto e al “mio” pilota, sorriso e ombrello aperti. Lascio che i miei occhi dalle ciglia folte e lunghe corteggino gli obiettivi dei fotografi, professionisti di fama internazionale abituati a immortalare personaggi famosi come i Campioni del mondo. In questi mesi ho imparato a conoscerli e sono grata a loro, che con le loro foto mi rendono cittadina del mondo.

È grazie anche a loro se, nel mio piccolo, un po’ famosa oramai lo sono anch’io e solo io posso sapere quanto ne vado orgogliosa. Una telecamera che trasmette in diretta mi riprende in primo piano, la regia che insiste su di me. Sorrido felice a mia mamma, seduta in cucina che mi guarda da quella fetta di mondo in cui è già notte. In un istante la mia vita scorre riavvolta all’indietro, io, ancora incredula di far parte di questo grande circo. Io, che ho iniziato per gioco e pagarmi gli studi. Io, la mia mamma come curva sud. Io, il mio ragazzo, contrario, che confondeva vendere la propria bellezza con vendere il proprio corpo. Lui, paladino in sella al movimento anti-sessista, in quel momento storico in cui lo tsunami #MeToo spazzava via per sempre dalla griglia le mie colleghe della Formula 1. Io, che nessuno mai mi ha obbligata a fare questo bellissimo mestiere e lo difendo anima e corpo; io, disinvolta nel chiedere rispetto, lo stesso che deve e dovrà esserci sempre, anche quando diventerò una brava pediatra.

Perché nel mio mestiere la malizia è negli occhi di chi mi guarda.

Siamo un circo che ha bisogno di tutti i suoi animali, dei suoi rumori e dei suoi colori.
Siamo l’effimero indispensabile, siamo le grid girls.

da Facebook

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