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Caso Ducati: è un processo alle Case o alla MotoGP?

L'OPINIONE - La vicenda giudiziaria legata al 'cucchiaio' ha mostrato l'inadeguatezza di norme e persone incaricate di vigilare, la FIM deve intervenire

MotoGP: Caso Ducati: è un processo alle Case o alla MotoGP?

Bisognerà aspettare ancora qualche giorno per conoscere la sentenza della Corte di Appello della FIM sul caso Ducati, ma forse non sarà il verdetto finale il punto più importante di questo processo che ha scosso la MotoGP. Difficile sostenere che la vittoria conquistata da Dovizioso in Qatar sia a rischio, perché, alla fine dei conti, non è quello che Aprilia, KTM, Honda e Suzuki  (che hanno presentato reclamo prima e appello dopo contro il ‘cucchiaio’ di Ducati) hanno mai voluto.

La verità è che questo processo non sembra essere contro Ducati, ma contro l’organizzazione stessa del campionato. Alla gogna, in altre parole, non è finito Gigi Dall’Igna ma Dannys Aldridge, il direttore tecnico del campionato e giudice unico sulle regolarità tecniche delle moto schierate in MotoGP.

Grandi poteri comportano grandi responsabilità, ma nella vita reali i supereroi non esistono. Ci sono invece gli uomini, con tutti i loro limiti, e una struttura che dovrebbe aiutarli e supportarli.

Non bisogna essere laureati in ingegneria per capire quanta sia aumentata la complessità di una MotoGP negli ultimi anni. Elettronica e aerodinamica sono stare protagoniste di una evoluzione rapidissima, i costruttori hanno potenziato i reparti ad esse dedicato, con grandi investimenti sia umani che economici. Dall’altra parte, la struttura che deve garantire la regolarità dei mezzi è rimasta la stessa.

Da una parte c’è un’armata di tecnici che ha come obiettivo quello di scandagliare ogni zona grigia del regolamento, dall’altra una serie di norme fin troppo semplici (se non semplicistiche) e Dannys Aldridge. Non servono fini strateghi per capire chi vince in questa partita.

Il direttore tecnico della MotoGP si è collegato nel corso dell’udienza della Corte di Appello, perché era stato lui ad approvare il ‘cucchiaio’ Ducati. Le sue motivazioni sul suo operato, però, paiono non essere state troppo convincenti.

In questo momento è fin troppo facile fare di Aldridge un capro espiatorio di tutti i mali della MotoGP, ma il problema sta a monte. Questo processo, comunque vada a finire, ha avuto il merito di evidenziare una falla nel campionato. Non conterà molto sapere se l’appendice di Ducati sia regolare o meno, quanto scoprire come la FIM si strutturerà per evitare altri episodi come questi in futuro.

Il nuovo presidente, Jorge Viegas, a Losail ha indetto una conferenza stampa (la prima della FIM in 70 anni di motomondiale) per dire che la Federazione c’è ed è impegnata direttamente nel campionato. Intanto, dopo la decisione di rigettare il primo reclamo e poi di deferire la questione alla Corte di Appello, nessuno ci ha messo la faccia. Non Freddie Spencer, che pure è a capo della commissione degli Steward della FIM che ha esaminato il reclamo, né nessun altro.

Questo processo getta un’ombra scura sull’adeguatezza del regolamento (tecnico) e delle persone chiamate a farlo rispettare. Ricorda un po’ quello successo a Sepang nel 2015, quando la Direzione Gara, presieduta da Mike Webb, non riuscì a gestire la situazione creatasi tra Rossi e Marquez, con tutti gli strascichi e le polemiche che ne conseguirono. Dopo quell’episodio si introdusse lo Steward Panel.

Cosa succederà ora? Nel migliore dei casi si dovrà ripensare a tutta la struttura interna di controllo, perché è palese che quella attuale non riesce a garantirlo.

In questo momento la FIM potrebbe trasformare un problema in un’occasione, il rischio è che invece si finisca per parlare più di reclami e carte bollate che di sport. E questo, quasi sicuramente, annoierebbe molto tutti i tifosi.

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