Tu sei qui

30 anni senza Thierry Sabine: Addio gabbiano

IL RICORDO Il dramma su quell'elicottero che lo teneva lontano da noi, come ogni dio che si rispetti

30 anni senza Thierry Sabine: Addio gabbiano

Oggi 30 anni fa spariva uno dei più grandi Geni che il motorismo abbia mai avuto: Thierry Sabine. Moriva nello schianto del suo elicottero, di notte, fra le dune di Gourma Rharous, in Mali. Nell'incidente  persero la vita, oltre a Sabine, anche il cantautore francese Daniel Balavoine ed altre tre persone fra cui il pilota Xavier Francois Bagnoud giovane pilota ed ingegnere aerospaziale svizzero, la giornalista Nathalie Odent e l'ingegnere radiofico Jean-Paul Lefur.

Non se ne fosse andato, Thierry, non solo la Dakar, da lui creata nel 1979 quando ancora si chiamava Oasis, sarebbe ancora quel fenomeno di rally-raid che fu, ma oggi probabilmente Sabine sarebbe a capo della F.1, o della MotoGP.

Aveva carisma, oltre che genio, così oggi lo ricordiamo con rimpianto con questo articolo pubblicato quel terribile gennaio del 1986, scritto direttamente su un telex a Bamako dopo una drammatica conferenza stampa che sanciva un'evento raro alla Parigi-Dakar dell'epoca: una neutralizzazione. Peccato tu te ne sia andato, Thierry, ti avremmo seguito ovunque.

p.s.

L’elicottero glielo invidiavano tutti. Lo sentivano arrivare da lontano, mentre noi si arrancava sulla pista. Buche, salti, polvere.

Soprattutto polvere. Quell’impalpabile “fech fech” attraverso il quale non solo non si vede, ma neanche si respira. Lui passava e, dalla pancia dell’Ecureil dell’Aerospatiale, una scritta a caratteri giganti sparava: Thierry Sabine. Non era possibile confonderlo. Sia fosse stato il biondo, magro, simpatico Francois Xavier Bagnoult a guidarlo, che lui stesso, volava bassissimo.

Sfiorava le piste divertendosi, a volte, a prenderci di mira. Se ti voleva fermare per qualsiasi motivo lo faceva sfrecciandoti sul tetto e piazzandosi poi più avanti, librato nell’aria. Gli altri elicotteri volavano più alti, pronti ad intervenire in caso d’incidente, ma lui era il cane pastore di un gregge sparso, a volte, in un migliaio di chilometri.

Se lo vedevi alzarsi sulla verticale potevi immaginarlo con lo sguardo fisso lontano su un punto all’orizzonte. Magari decine di nuvolette di sabbia disseminate nel deserto che lui avrebbe cacciato, riunito, guidato. Se non erano bestemmie quelle che gli volavano incontro, certo non si trattava di complimenti. Ed il sentimento che tutti provavano per lui in quei momenti era identico: odio. Ma anche amore per ciò che riusciva a fare: spingerti dove, da solo, non saresti mai andato. Neanche pagato, e a nessun prezzo.

Ce lo confidavamo di notte, al bivacco, nelle poche ore concesse per il sonno prima dell’immancabile “briefing” delle sei, quando sarebbe riapparso inappuntabile, sornione, istrione, ad arringare il rally: alla Parigi-Dakar noi tutti, giornalisti, fotografi, piloti, meccanici saremmo andati anche gratis. E dietro di lui eravamo pronti a correre per un mese di fila. Finché Thierry si fosse presentato all’alba per darci le notizie sulla prossima tappa non ci avrebbe mai lasciato indietro.

Non gli perdonavamo solo l’elicottero. Quell’aggeggio che sfotteva, tenendolo lontano dalla polvere. Lontano, inavvicinabile, come qualsiasi dio che si rispetti. E per questo motivo ad ogni fine “Dakar” lo punivamo, noi reduci, sulla spiaggia che da Sali Portudal porta alla capitale del Senegal: volava immancabilmente in acqua, appena sceso dal suo elicottero.

Ormai era un rito ed una tradizione insieme. Ma in quel momento parlava anche la voglia di una seppur parziale vendetta che lo avrebbe purgato di quel suo sbeffeggiarci dai cieli. Una purificazione che gli permetteva, ogni 22 gennaio, di uscire dal suo ruolo di carnefice delle sabbie per ridiventare, il 1 gennaio dell’anno successivo, il generale di un esercito che per tre settimane non si sarebbe fermato se non dietro un suo ordine. Un ordine che lui, comunque, non avrebbe mai dato.

Neutralizzare una tappa si poteva, era una maniera di rallentare la gara quando la tempesta di sabbia sbandava la carovana e costringeva i piloti al riparo, sottovento, delle proprie auto o moto. Ma fermare la corsa, mai. Non era proprio nella sua mentalità. Il bello, il duro, il bestiale della Dakar è che il rally sarebbe comunque continuato, nonostante tutto.

Era l’unica certezza di una corsa altrimenti imponderabile. E anche il punto fermo di Sabine, la cui ostinazione nel tentare di pareggiare i conti fra privati ed ufficiali si esprimeva principalmente nel rendere il raid più duro. Anno dopo anno, come se ciò potesse aiutare i gentleman della corsa, invece di penalizzarli ulteriormente. Ma questa era soprattutto la sua fissazione: l’uomo doveva prevalere sui mezzi, per cui negli ultimi anni le tappe percorse con il solo aiuto della bussola erano aumentate.

Dapprima c’era stato il solo Ténéré. Poi era stata la volta della Mauritania. Quest’anno addirittura Thierry scovava l’infernale Bilma-Agades con i suoi 75 cordoni di dune e, non contento, riesumava anche la Guinea. Al momento del tragico schianto, in cui oltre a Sabine hanno perso la vita altre quattro persone, tutto era al limite, alla Dakar. Probabilmente anche lui stesso.

Non erano solo i mezzi in gara ad essere provati, né solo i piloti, ma anche la sua organizzazione. E certamente lui, Thierry Sabine, “le Magnifique”, “Jesus”, l’uomo dai molti soprannomi, non si risparmiava. Viaggiava in elicottero, è vero, ma era la sua voce un po’ stridula, metallica all’uscita del megafono, che ti svegliava ogni mattina alle 6 per il “briefing”.

Sabine con Daniel BalavoineTu potevi avere ancora la polvere agli angoli degli occhi, sentirti stralunato. Lui non lo sarebbe stato. Il suo trono mattutino era la sponda di uno dei camion dell’Africatours, e man mano che la gara proseguiva, e sempre di meno erano i concorrenti, più il discorso diventava un motteggiare tra amici. Un botta e risposta con i concorrenti, sul filo di un umorismo sottile tutto suo, tipicamente francese. Intraducibile. E non tradotto, anche se da anni Thierry andava ripetendo che avrebbe fatto il briefing anche in inglese.

Lo aveva accennato anche quest’anno, sul Tepasa, la nave che porta da Sete ad Algeri, ma nessuno gli aveva creduto. Poi lui stesso, più tardi, vedendo Hubert Auriol parlare con un gruppo di giornalisti nella lingua di Albione, gli aveva confidato “Ma come fai? A me proprio non riesce”. Una debolezza, quella di non parlare le lingue. Se ne vergognava. Ma anche una cosa incredibile che il rally, nato come un avvenimento francese, fosse riuscito così relativamente in fretta ad espandersi, farsi conoscere come l’unica, l’ultima avventura degli anni ’80. Una cosa che la gente amava. La gente della strada, non solo i piloti. Chissà se gli sopravviverà.



(da Autosprint n. 4 del 21/1/86)

 

 


Articoli che potrebbero interessarti