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Rossi- Marquez: un passato che ritorna

Nel '90 un 'muro tricolore' sancito dal pugno di Spaan a Gresini aiutò Capirossi ad agguantare il suo primo Mondiale

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L'ultima gara di Sepang riaccende un tema che spesso nel motociclismo, come nella Formula 1, da sempre tiene banco quando si verificano eventi come quello che ha portato al duello culminato con il contatto tra Valentino Rossi e Marc Marquez nella gara di Sepang.

E' giusto il comportamento di Marquez (considerando anche Phillip Island) che, a quanto dichiarato dallo stesso Rossi, è volto a favorire la vittoria finale del connazionale Lorenzo?

Esiste una legge, non scritta del motorsport, che più o meno regola "sul campo" la questione che riguarda due piloti che si contendono la vittoria finale. In generale quando si è fuori dall'affaire Mondiale, un pilota spesso evita di mettere lo scarico tra i contendenti, ma di contro c'è anche il sacrosanto orgoglio nel fare la propria gara, puntando ad ottenere il miglior piazzamento possibile. La condotta di Sepang di Marquez ha favorito Lorenzo in qualche maniera, con un gioco di squadra che, volontario o meno, a molti ha fatto storcere il naso.

Ma di eventi che spesso hanno portato ad un "terzo incomodo" ad essere l'ago della bilancia in un Campionato, il motorsport ne porta memoria da lungo tempo, alcuni riusciti alcuni meno. Tattica di gara, se vogliamo, che coinvolge il compagno di scuderia, ma anche il connazionale.

Esempio l'ultima sfida del Mondiale 500 ad Imola, nel 1983, con Freddie Spencer e Kenny Roberts a giocarsi il titolo. Per Roberts vincere non bastava, occorreva che Spencer arrivasse terzo. Tra i due fu lotta all'arma bianca, con la Yamaha di Roberts che cercava di rallentare il rivale per consentire al  compagno Eddie Lawson di recuperare terreno ed inserirsi e togliere così punti al pilota Honda. L'intento non riuscì, con Lawson impotente di fronte al passo dei due e conseguente malumore di "King Kenny", vittorioso poi al traguardo, verso il giovane compagno. Si dirà, qui si parla di compagni di squadra. Ed allora facciamo un salto in avanti e riportiamo alla memoria forse uno dei maggiori esempi di gioco di squadra, o alleanza che dir si voglia, in una prova decisiva per l'assegnazione dell'iride.

Era il 1990 sul tracciato di Phillip Island. Un giovanissimo Loris Capirossi si giocava il titolo all'ultimo atto contro l'olandese Hans Spaan ed il tedesco Stefan Prein. I tre piloti Honda si presentano all'appuntamento australiano racchiusi in un fazzoletto di 9 punti, con l'italiano nella morsa dei due ben più esperti rivali.

Il compagno di Loris nel team Pileri era Fausto Gresini, a lui si aggiungevano Doriano Romboni, e l'arrembante Bruno Casanova. I tre facero muro contro Spaan, che con una vittoria avrebbe superato Loris in classifica (Prein era fuori dai giochi per un ritiro) e consentendo, a quello che all'epoca era il baby prodigio del motociclismo, di involarsi a tagliare vittorioso il traguardo facendo suo il Mondiale 125. La bagarre fu condita dai tentativi della pattuglia italiana di riacciuffare la Honda dell'olandese ad ogni curva, consentendo al leader Capirossi di allungare sul gruppo. Sul podio arrivarono nell'ordine Capirossi appunto, davanti a Casanova e Romboni, con Spaan quarto, sconfitto e furibondo con il gioco di ostruzionismo degli italiani, e soprattutto contro Fausto Gresini (quinto all'arrivo) al quale tentò di rifilare un pugno quando ancora si era in piena bagarre.

Episodio questo, come altri, alcuni eclatanti alcuni meno, di cui la storia delle corse ne porta più di un traccia. Lo sport è si forza, prestazione, ma anche strategie che emergono quando l'equilibrio è forte, e quale esse siano, l'importante che si resti nei limiti della lealtà e correttezza. Spesso chi ne fa le spese perde la testa, uno scatto, un gesto di stizza, comprensibile quando si ha tanto in ballo come un campionato del Mondo. A proposito di regole non scritte, ce n'è una che più o meno dice che chi vince alla fine è perchè è stato il più bravo, contro tutti e... tutto.

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