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MotoGP, Rossi come Ali, la vecchia scuola alla ribalta

Il pilota, come il pugile, in missione per riprendersi il titolo contro ogni pronostico

“Solo chi ha conosciuto la sconfitta può scavare nel fondo della propria anima e trovare quell’oncia in più di energia che serve per vincere un incontro alla pari”, disse una volta Muhammad Ali. E quello tra Valentino Rossi e Jorge Lorenzo per il titolo è un duello equilibrato, dove un’oncia – o metro, o decimo che sia – può decidere l’esito. Ma facciamo un passo indietro.

Rossi non ha solo la spiccata intelligenza mediatica in comune con il peso massimo da Louisville. Entrambi hanno conosciuto la sconfitta. Come Ali, ha anche attraversato un esilio in seguito ad una presa di posizione. Tale è stato, figurativamente, il suo biennio in Ducati, quando il Dottore era sì in pista, ma quasi sempre lontano dalla gloria. C’è chi, in situazioni simili, si spegne lentamente. Altri invece trovano spunti e motivazioni per migliorare.

Con il passare del tempo e l’avanzare dell’età, ogni sportivo perde in brillantezza ma guadagna in esperienza. Ali, dopo circa tre anni e mezzo lontano dal ring, non danzava più. Gli atavici problemi di Rossi in qualifica si sono acutizzati. Ma, in entrambi i casi, l’atleta ha esplorato sé stesso, i propri limiti e quelli dei rivali, per trovare un vantaggio competitivo.

Dopo una lunga squalifica per il rifiuto di rispondere alla chiamata dell’esercito, impegnato nella guerra del Vietnam – con la famosa frase “nessun Vietcong mi ha mai chiamato ‘negro’” – Ali si è ripreso la cintura dei massimi. All’inizio del suo percorso, tuttavia, aveva perso due match importanti, prima con Frazier e poi con Norton. Nel rematch con l’acerrimo rivale di Philadelphia vinse ai punti senza convincere. Poi, contro Foreman, la svolta inaspettata.

Il campione in carica aveva letteralmente distrutto quelli che erano stati i rivali più ostici di Ali, dato sfavorito per 7 a 1. Contro una montagna di muscoli che “scolpiva” i sacchi in allenamento, Ali fece l’impensabile. Restò per gran parte dell’incontro alle corde, assorbendo ogni tipo di punizione corporale e colpendo l’avversario il minimo indispensabile per tenere il punteggio in parità. Nel suo angolo la preoccupazione era evidente ma, come poi si scoprì, c’era un disegno preciso in quel piano genialmente folle: lasciare che l’avversario si stancasse. E all’ottavo round, un Foreman visibilmente esausto andò fragorosamente al tappeto senza più rialzarsi dopo una fulminea combinazione sinistro-destro al mento.

In questa stagione, Rossi e Lorenzo devono ancora venire a contatto. Ogni gara ha proposto un vincitore abbastanza netto all’interno dei box Yamaha, con i due rivali a colpirsi a distanza. Il pesarese è andato a segno per primo, ma poi Lorenzo ha ritrovato velocità e potenza, aggiudicandosi quattro GP di fila. Come Ali, Rossi è rimasto in copertura alle corde, colpendo il necessario – podio dopo podio – per tenere lo “score” in parità.

La pausa estiva sembrava aver riportato l’inerzia dalla parte del maiorchino, che a Brno aveva fatto tremare le ginocchia del compagno di squadra, rifilandogli dieci pesanti secondi di distacco. Un colpo al quale, alla vigilia di Silverstone, sembrava dovesse seguirne uno ancora più decisivo. E invece il “vecchio” pugile, tutt’altro che suonato, è uscito dalle corde ed ha risposto d’incontro sfruttando a proprio favore l’esperienza sotto la pioggia. A Misano, pista dove entrambi vanno forte – tre vittorie a testa in MotoGP – potremmo finalmente vedere il corpo a corpo che tutti aspettano da inizio stagione.

Finora, la granitica costanza di Rossi – 16 podi consecutivi da Motegi 2014 – ha fatto la differenza. Lorenzo ha vinto cinque gare, una in più del compagno, ma in altrettante occasioni non è salito sul podio. Gli otto anni di differenza tra i due si sentono soprattutto in prova, dove raramente Rossi è il più veloce con la M1. Eppure, in gara, l’italiano ha sempre trovato quella famosa oncia in più. Con l’esperienza, ma anche la voglia di mettersi costantemente alla prova contro le nuove generazioni – al Ranch e in pista – per studiarne le caratteristiche e farle proprie.

Numeri alla mano, Rossi è più competitivo di cinque anni fa. Nel 2010, sul finire della prima “era Yamaha”, aveva ottenuto 233 punti saltando quattro gare. Ad oggi, ne ha 236 con sei GP ancora da disputare. Sei finali dove è vietato abbassare la guardia ma, allo stesso tempo, giocare d’attesa. Dove la linea tra successo e sconfitta, tra genio e follia, è spessa quanto un granello d’asfalto. Ali riprese il titolo dopo sette anni, Rossi è a digiuno da quasi sei. Signori, fuori i secondi.

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