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MotoGP, Da Rossi a Hayden, i TOP sono di plastica o no?

NEL BLOG Giudichiamo il carattere e la sincerità dei fuoriclasse della MotoGP

Durante la trasferta americana della Superbike Luca Semprini ha mandato da Laguna Seca due belle interviste a due grandi campioni americani del passato, Kevin Schwantz e Wayne Rainey. Due che oggi si parlano come vecchi amici - e lo sono - e che nella loro epoca, parliamo dei primi anni '90, erano acerrimi rivali.

Un rivalità, peraltro, iniziata a casa loro, negli States e terminata nel 1993 proprio con l'incidente che lasciò paralizzato Wayne a Misano.

Quell'anno Kevin vinse il suo unico titolo della 500, strameritato per quanto aveva dato fino ad allora, e poco dopo si ritirò.

Il suo ultimo spettacolo lo tenne al Mugello nel 1995 quando annunciò l'addio fra le lacrime. E' vero: non era più lui in quel momento. Il polso massacrato lo faceva soffrire, ma era quanto accaduto a Rainey che faceva più male.

Il numero 34, infatti, aveva perso con l'abbandono forzato di Rainey il suo 'nemico', l'avversario da battere a tutti i costi.

Ce lo raccontò, un giorno, diversi anni dopo, di quanto si fosse sentito solo in pista, da quel momento in poi. E da quanto ciò gli fosse costato agonisticamente parlando. Sembra incredibile ma per Kevin vincere era battere Wayne.

Il tempo, comunque, leva il filo anche ai coltelli più taglienti, ma quanto fosse vero che Schwantz avesse bisogno del rivale ce lo confermò Kevin stesso due anni fa quando, tornato in sella per correre la 8 ore di Suzuka, indossò il casco con i colori del vecchio nemico. Un omaggio, certo, ma anche la dimostrazione che per il grande texano correre, gareggiare, vincere, era soprattutto una sfida con il grande californiano.

Ne ho conosciuto di piloti come loro due. Non sono unici.

Giacomo Agostini il bello, il bravo, il fortunato ad un certo punto della carriera dopo aver battuto piloti del calibro di Mike Hailwood si ritrovò di fronte Phil Read e scattò la scintilla: di antipatia. E se non si era mai permesso di dire alcunché contro Mike The Bike, con Read non si tenne certo.

Barry Sheene e Kenny Roberts non si amarono fin dal primo istante, e Barry non perse mai occasione di dire che l'americano di motociclette e messa a punto non capiva un tubo e per lui una mucca, con le corna, od una moto, con il manubrio fossero la stessa cosa.

E di Freddie Spencer e Eddie Lawson vogliamo parlare?

Quando gli si nominava il grande avversario la replica di Eddie era una sola: per essere grandi bisogna durare. E Freddie, purtroppo, non durò.

Ma la lista sarebbe lunga, lunghissima senza stare poi a ricordare il recente passato di Rossi che dei suoi rivali ha sempre fatto dei nemici: Biaggi,  Gibernau, Stoner, poi Lorenzo, il muro e credeteci, oggi le cose non sono cambiate se non apparentemente.

Parlando del presente, con Indianapolis alle porte perché dunque con Marquez dovrebbe essere diverso? Perché dovrebbero amarsi e continuare la pantomima di quanto sei bravo tu, no sei bravo tu ed io ho tutto da imparare?

Rainey, un pilota sportivo, leale, corretto, ha detto a Laguna ciò che tutti pensano ma non osano dire: i piloti politicamente corretti ci hanno stufato.

Attenzione, non parliamo di sportellate, carenate e cose di questo tipo: una volta, non chiedetemi l'anno, Schwantz durante le prove di un GP di Cecoslovacchia fece un ingresso un po' duro, pericoloso diciamo, su Eddie Lawson. Questi lo seguì, letteralmente, fino all'interno del box Suzuki, scese dalla moto, anzi la avrebbe lasciata cadere se un meccanico misericordioso non l'avesse tenuta sù, e paratosi di fronte a Kevin gli dette una capocciata, casco contro casco, urlandogli in faccia. Poi come se nulla fosse accaduto fu aiutato a riaccendere la moto dai meccanici Suzuki e se ne tornò in pista a fare il suo lavoro.

Alla sera della questione, comunque, non si parlò più, nonostante la scena l'avessimo vista in molti. E che io sappia non figura forse nemmeno più fra i loro ricordi.

Dunque i piloti allora non erano di plastica, il che per me significa una cosa sola: non si vergognavano del proprio carattere. Se c'era qualcosa da dire la dicevano, in pista ogni tanto superavano il limite, aiutati anche dal fatto che c'erano poche telecamere, ma rimanevano sempre sé stessi.

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