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MotoGP, Rainey: basta con i piloti "di plastica"

"Al motociclismo servono rivalità. Marquez ha rivitalizzato Rossi"

A 54 anni, Wayne Rainey non è ancora stanco di scrivere pagine importanti del motociclismo, negli Stati Uniti e nel mondo. Lo ha fatto prima da pilota, vincendo tre titoli mondiali in 500cc (1990-91-92), poi da team manager, ed ora da presidente di MotoAmerica. La sua nuova missione, in breve, è di riportare agli antichi fasti un movimento dal quale sono emersi, a cavallo tra anni ottanta e novanta, la maggior parte dei principali protagonisti del motomondiale. Un’avventura dal finale incerto, ma che il californiano sta affrontando con il suo tipico approccio pragmatico ed entusiasta – “hard on gas”, la metafora che userebbe lui – senza mai perdere di vista MotoGP a SBK.

A nove mesi dall’assunzione del tuo nuovo incarico, qual è il bilancio?

“Direi positivo, perché abbiamo stabilizzato alcuni degli aspetti problematici più importanti – ha detto Rainey a Laguna Seca – Quando ho assunto questo incarico, c’era molta indecisione nel paddock. Molte squadre e piloti stavano cercando alternative al di fuori. Fortunatamente, ho un gruppo appassionato di colleghi e le risorse necessarie per ricostruire il campionato, soprattutto dal punto di vista delle relazioni con Dorna e FIM”.

Quali sono state le priorità?

“La prima cosa che abbiamo fatto è cambiare il regolamento tecnico, che prima era un regolamento esclusivo del campionato americano e abbastanza peculiare, avvicinandolo al mondiale SBK con l’aiuto di Scott Smart (il technical director della SBK, nda). La decisione non ha aiutato Yamaha e Suzuki, che sono i principali Costruttori dal punto di vista dell’impegno nel campionato, ed all’inizio non è stato facile spiegarglielo, ma la nostra filosofia è che serva competizione”.

Sostanzialmente, per ampliare il numero dei costruttori…

“Esatto, ed è successo esattamente questo. Honda è tornata tra i nostri partner, diventando il title sponsor di un paio di gare e facendo un piano per rientrare a breve alle competizioni. Kawasaki ha fatto la stessa cosa. Erano fuori da sei anni ma, da quando abbiamo cambiato le regole, abbiamo già avuto diverse riunioni per discutere un rientro imminente. Entrambi i Costruttori torneranno in qualche modo nel campionato. A questo proposito, abbiamo anche rivitalizzato la Stock1000, dove Aprilia e Ducati hanno manifestato un coinvolgimento particolarmente attivo”.

Se, dal punto di vista dei Costruttori, la situazione è in netto miglioramento, che sta succedendo sul fronte del vivaio piloti?

“Il luogo comune è che gli americano non siano al livello dei piloti del mondiale o altri campionati nazionali. Premesso che non è vero, vogliamo innanzitutto rivitalizzare il vivaio ed attrarre nuovi giovani piloti con le relative famiglie. Abbiamo siglato un accordo con KTM per una coppa RC390. La moto è di serie, i motori sigillati, e per la prima volta è sanzionata tra le categorie amatori. Non solo, costa molto meno che correre con minimoto da cross. Così facendo, abbiamo aperto le nostre porte ai piloti più giovani, dai 14 a 22 anni. La categoria è diventata subito molto popolare, tra ragazzi e ragazze, e molte famiglie hanno espresso interesse. Siamo solo alla quarta gara, ed abbiamo già 35 piloti in griglia”.

I frutti di questa iniziativa verranno raccolti tra qualche anno. Nel frattempo, pensi ci siano americani in grado di dire la loro a livello mondiale?

“Se guardiamo ad un paio di generazioni fa, c’erano molti americani che si sono rivelati immediatamente competitivi nel mondiale fin dall’esordio. Dopo che mi sono ritirato, hanno vinto mondiali Schwantz, Kenny Roberts Jr., Nicky Hayden, e Ben Spies. Ma ormai sono passati anni. Ho parlato con Ezpeleta riguardo al vivaio, ed ora che sono impegnato in prima linea posso dire che i piloti competitivi ci sono. La gente pensa che gli americani siano diventati soft’ solo perché mancano i successi nel mondiale da qualche tempo, ma non è così. Manca solo l’attenzione sul nostro campionato, ed aumentarla è parte del mio lavoro”.

Di questi tempi si parla di un interesse di Yamaha, in procinto di rientrare nel mondiale SBK, nei confronti di Cameron Beaubier…

“Le aspettative, nei confronti di un pilota americano che debutta nel mondiale, sono che vada subito a podio. Non hai quattro anni per crescere e farti trovare pronto. Forse Cameron è quel pilota – e sono un suo tifoso, credo che abbia un grande talento puro –  ma penso che prima debba dominare il campionato americano. Al momento, se la gioca alla pari con il suo compagno di squadra Josh Hayes, che tra l’altro non riscuote il credito che gli è dovuto. Quando ha corso in MotoGP, in una gara difficilissima, è arrivato settimo a Valencia. Prima di passare al mondiale, Cameron dovrebbe batterlo nettamente”.

Parlando di mondiale, che ne pensi della situazione attuale?

“La MotoGP ha fatto un grande lavoro con lo spettacolo. Anche senza un pilota americano, ha molta audience negli Stati Uniti, cosa che non è affatto scontata. Per come la vedo, c’è una grande spinta in Italia e Spagna, con campionati nazionali che corrono su piste da mondiale, crescendo ottimi piloti fin dalle età più giovani. Sono campionati che attirano molta attenzione mediatica, e noi stiamo cercando di fare la stessa cosa”.

E per quanto riguarda la SBK?

“Se guardi a Jonathan Rea, è un esempio per le aspirazioni di ogni pilota. Dovrebbero imitarlo tutti. Ha fatto un ottimo lavoro con la sua vecchia squadra, ed ora è salito su una moto di livello superiore, e continua a guidare forte. Ha dimostrato, semmai ce ne fosse bisogno, che servono squadra e moto competitive per avere successo. Ma anche che la competizione è più equilibrata. Quando correvo con i due tempi, le squadre private arrivavano lontanissime. Ora puoi essere comunque competitivo, i team satellite non sono così lontani. Il pilota continua a fare la differenza, e di solito i migliori finiscono sulle moto competitive. Questo non dovrebbe mai cambiare”.

Rispetto alla tua generazione però, ad eccezione di Valentino Rossi, sembra che manchino i personaggi, le rivalità più accese…

“I piloti senza peli sulla lingua sono amati o odiati, senza vie di mezzo. Non puoi essere solo carino. Quando ti metti il casco, devi essere un leone e dimostrare ai tuoi avversari che sei disposto ad andare al limite per vincere. In gara, spesso sono tutti vicini. Dipende da quanto uno è disposto a spingersi, psicologicamente, per avere un vantaggio. Devi essere brutale. È uno sport egoista, devi avere la determinazione e la passione, non conta nient’altro”.

Pensi che l’approccio alle corse sia cambiato?

“Ai miei tempi, eravamo più coraggiosi e non volevamo mostrare alcuna debolezza. Non dicevamo mai se eravamo infortunati o c’era un problema con le gomme. Non volevamo che gli avversari lo sapessero. Valentino è intelligente, dà sempre credito ai suoi rivali. Noi non lo avremmo mai fatto. Forse è una questione generazionale e culturale, non volevi mostrare una debolezza. Ora vanno tutti più d’accordo, ma mancano le rivalità. C’è bisogno che i piloti non si amano”.

Difficilmente nascono amicizie nei box, ma ora sembra esserci una tendenza ad edulcorare certe rivalità…

“Quando hai un compagno di squadra, non devi farlo incazzare, ma continuare a batterlo fino a che non lo annienti. Ci sono diversi modi. O lo fai sempre con il cronometro, senza parlare. Oppure, quando parli della competizione, non fai mai menzione di lui... Ovviamente in MotoGP adesso hanno tutti le stesse aspirazioni che avevamo noi, ma è una generazione diversa…”

Cosa pensi sia cambiato dal punto di vista della comunicazione?

“Ora il modo in cui i piloti si presentano a pubblico e media è un po’ plastico. Questo perché le squadre hanno troppa voce in capitolo sulle dichiarazioni dei piloti. Ai miei tempi, se uno dei tuoi rivali era mezzo decimo più veloce, era la fine del mondo. Facevi qualsiasi cosa per recuperarlo. Ma bisogna anche sottolineare che allora non c’erano cellulari o internet. Non c’era modo di conoscere veramente i piloti, entrare nella loro vita privata, cosa che invece accade ora con i social media…”

Che ne pensi della rivalità tra Rossi e Marquez? I toni restano contenuti davanti ai media, ma in pista hanno gettato la maschera…

“Credo sia una grande rivalità. Valentino è sempre stato aggressivo, e Marc è arrivato con uno stile mai visto prima. Rossi ha dovuto evolversi, mentre Marquez ha sempre guidato in quel modo. Negli ultimi anni, Rossi forse aveva perso un po’ di voglia, perché corre da così tanto tempo… Ora invece sembra davvero pronto a combattere ogni domenica, forse è stato stimolato dal fatto che Marquez sia arrivato ed abbia avuto subito un enorme successo. Questo ha spinto Valentino a fare un reset mentale, ad aggiustare il suo stile”.

La MotoGP è al giro di boa. Cosa ti aspetti dalla seconda parte di stagione?

“La Yamaha si è evoluta in modo tale che Rossi può usare al meglio la sua tecnica, mentre non era altrettanto a suo agio con le 800, soprattutto dal punto di vista di elettronica e gomme. Lo dico dall’esterno, ma sembrava meno a posto di Lorenzo e Stoner a quei tempi. Ora ha adattato perfettamente la Yamaha alle sue esigenze. È sempre in moto, tra la pista ed il dirt-track, e sembra che si stia nuovamente divertendo in sella. Ha una buona possibilità di vincere il titolo. Se la giocherà con Lorenzo, in casa Yamaha, e sarà interessante vedere il lavoro di Lin Jarvis (ride)”.

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