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MotoGP, Allenarsi? Per i piloti è un bel rischio

Dal cross al dirt track. Cosa fanno Dovizioso, Rossi, Marquez per tenersi in forma

Gli incidenti sono sempre in agguato per i motociclisti, sia durante la preparazione invernale che durante il campionato.

L'ultima dimostrazione è arrivata dalla frattura del mignolo della mano sinistra di Marc Marquez mentre faceva dirt track. Un incidente minore se si pensa che l'anno scorso arrivò all'apertura iridata praticamente senza allenamento, dopo la frattura di una gamba. Egualmente, però, Magic Marc vinse in Qatar sollevando l'interrogativo se sia veramente utile affrontare sport pericolosi per mantenersi in allenamento.

Nel passato, infatti, i campioni di motociclismo non si allenavano, se non nei test fra una gara e l'altra, che comunque erano molto pochi. E che non potessero essere considerati 'veri atleti' lo si evince dalle foto dell'epoca: molti erano fumatori, sfoggiavano, sotto la regolare canotta indossata sotto la tutta di pelle, fisici non palestrati. E parliamo di piloti del calibro di Mike Hailwood, Bill Ivy, Phil Read.

Mike Hailwood, Bill Ivy e Phil ReadIl primo, probabilmente, a seguire una dieta regolata ed un programma di allenamento fu Giacomo Agostini, e c'è da dire che i risultati lo premiarono, ma per esperienza personale passammo una serata al casinò di Douglas con Hailwood prima di un TT e sul bancone c'erano una coca cola ed un doppio whisky. Ed indovinate chi bevve lo scotch e vinse la gara il giorno seguente?

Anche i nostre Marco Lucchinelli e Franco Uncini, iridati nella 500 nel 1981 e 1982 non facevano sport e per questo, allegramente, prendevano in giro Virginio Ferrari che, ex atleta, ne faceva parecchio.

Il grido degli anni '80, comunque, era "la moto la devi guidare, non spezzare" ed i pericoli più grandi, Gran Premi esclusi, i piloti li correvano uscendo furtivi da roulotte che non erano le loro nel paddock del motomondiale.

Tutto cambiò con l'arrivo degli americani che per un decennio dominarono la classe regina venendo dal dirt track, disciplina che adoperavano anche per allenarsi.

Kenny Roberts, iridato dal 1978 al 1980, divenuto team manager fondò il primo 'ranch' europeo all'ombra del circuito di Montmelò, a Barcellona contagiando l'intera categoria come dimostra il Ranch della VR46 di Rossi a Tavullia.

Non tutti i velocisti però fanno dirt. Alcuni preferiscono allenarsi con il supermotard, e non è che sia meno pericoloso: Max Biaggi nel 2005 si ruppe il malleolo in due punti prima dell'inizio della stagione iridata nell'anno del suo ingresso nel team ufficiale Honda-Repsol.

Valentino Rossi al RanchC'è poi chi preferisce il motocross, come Marco Melandri e Andrea Dovizioso, anche se le ruote artigliate sono giudicate ad alto rischio fra i velocisti.

"Così dicono – ammette Dovizioso – ma io ho cominciato con i salti e mi ritengo esperto abbastanza da saper valutare i pericoli".

Certo, ma Andrea appartiene alla razza rara dei piloti estremamente equilibrati e se vi capitasse di entrare nel suo stanzino, prima dell'inizio di una sessione cronometrata, lo trovereste a far ginnastica per scaldare i muscoli. Una rarità.

A lungo, comunque, per cercare di proteggere il proprio investimento case e team hanno inserito nei loro contratti clausole specifiche per proibire ai piloti di praticare sport pericolosi fra i quali erano inseriti obbligatoriamente lo sci e lo snowboard. Oggi la tendenza è cambiata e si è evoluta. La Ducati, per esempio, fa svolgere sessioni di allenamento collettivo dei suoi piloti MotoGP e Superbike sulla pista di dirt track di Misano sotto la supervisione del suo DS Davide Tardozzi.

C'è competizione, ma l'occhio vigile dell'ex pilota serve ad evitare che non si esageri.

Del resto domenica a Jerez a saltare il Gran Premio sarà solo Dani Pedrosa, che non è stato fermato da un incidente ma da una operazione resasi necessaria a causa di un problema fisico.

 

 

 

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