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La Dakar? Dalla navigazione alla velocità

Parla il N°1 di Yamaha: "Jean Claude Olivier è stato il mio mentore"

La Dakar? Dalla navigazione alla velocità

Nel film 'Punto Zero' (Vanishing Point), un road movie del 1971 diretto da Richard C. Sarafian, il protagonista si chiamava Kowalski. Non ve lo raccontiamo, ma è un cult, a partire dalla colonna sonora rock.

Alexander Kowalski, comunque, non è il figlio del protagonista, bensì il numero uno della Yamaha sulla Dakar. Ha vissuto la Dakar dei tempi d’oro di Orioli e Peterhansel e quella moderna di Olivier Pain, Michael Metge e Alessandro Botturi.

Erano i tempi della Sonauto del mitico Jean Claude Olivier, pilota di eccellente livello lui stesso.

La Yamaha ha sempre investito molto nella Dakar, un’esperienza umana e sportiva senza pari - racconta il Team Director, francese di origine polacca, mentre siamo comodamente seduti nel salottino del camper riservato al riposo notturno del nostro Alessandro Botturi - L’impegno diminuì quando Peterhansel passò alle 4 ruote nel 1999, dopo aver regalato a Yamaha 6 successi in 8 anni.  Oggi abbiamo un supporto factory, ma le moto vengono costruite principalmente in Francia”.

La Yamaha è cambiata da allora.

“Siamo un team internazionale, per questo abbiamo accolto con grande piacere Alessandro Botturi, che affianca Olivier Pain e Michael Metge. Olivier  è maturato molto e negli ultimi anni è cresciuto costantemente, centrando un 9°, 6° e un terzo posto lo scorso anno, Adesso è pronto per puntare a vincere.  Anche Alessandro è un pilota esperto, non solo, fisicamente è forte. Ha un passato da rugbista professionista, conosce cosa vuol dire gareggiare ai massimi livelli. Michael è giovane, ma è reduce da un brutto incidente nel Rally di Sardegna”.

Anche Yamaha, come Honda, ha preferito puntare su un lavoro di squadra, una novità assoluta rispetto a KTM che schiera invece piloti di punta e portatori d’acqua.

“I piloti fanno la loro gara, In base all’andamento della corse, in un secondo momento ci potrebbero essere ordini di scuderia”.

“Siamo abituati a gestire piloti forti - continua Kowalski - ero con Edi Orioli quando vinse nel 1996, e con Stephane Peterhansel nel 1997 e 1998. La Dakar si presta bene alla filosofia di Yamaha. Siamo una famiglia e prevale il “team spirit” .

Un elemento fondamentale in un raid.

“Questo spirito che ci contraddistingue ci ha permesso di gestire al meglio anche due campioni come Edi Orioli e Stephane Peterhansel. Quando Edi venne in Yamaha nel 1996 aveva già vinto 3 Dakar (una con Honda nel 1988 e due con Cagiva nel 1990 e 1994). Stephane, invece, vantava già 4 successi, tutti con Yamaha, conquistati nel 1991, 92, 93 e 95. Per gestire due galli in un pollaio, come si dice, sono stato sempre trasparente e imparziale. Quella volta (correva l’anno 1996) Stephane ebbe un incidente e si ritirò nella prima parte di gara. Da quel momento le due squadre lavorarono insieme a supporto di Edi”.

Evocata la leggendaria Paris-Africa, non posso non chiedere delle principali differenze tra la Dakar degli Orioli, Picco e Meoni e quella dell’era moderna, che si disputa dal 2009 in Argentina, Cile e Bolivia.

“Non posso pensare alla Dakar in Africa, senza menzionare Jean Claude Olivier. Per me è stato un padre spirituale ed insieme abbiamo condiviso avventure ed emozioni indimenticabili. Se pensiamo al percorso, in Africa il road book faceva da padrone. Era fondamentale saper navigare. Oggi, invece, le speciali sono velocissime e la navigazione è passata in secondo piano”.

C'è differenza anche nella gestione dell'assistenza.

“I camion di assistenza erano vitali, perché trasportavano tutti i ricambi. La nostra preoccupazione era trovarli al bivacco al nostro arrivo, perché spesso andavano dispersi. Era difficile comunicare. Oggi è una gara moderna, è un business mentre prima prevaleva l’esperienza umana. Da un punto di vista della tecnologia ci troviamo ad affrontare problematiche nuove, come l’altitudine. Ci aspettano 100 km in Bolivia tra i 4.000 ai 4.600 metri”.

La Parigi-Dakar dei bei tempi era anche molto più difficile da seguire.

“Oggi siamo nell’era dei social network. Negli Anni 90, c’erano al massimo 30 giornalisti contro i 280 di oggi, che arrivano a 1.800 se si contano anche gli accrediti giornalieri, i tecnici e gli operatori. L’esposizione mediatica è impressionante. É una regione importante per il mercato. Nonostante si corra per promuovere il brand, la Dakar resta comunque un’esperienza umana straordinaria”.

 

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