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SBK, Melandri: il mondiale? non è chiuso

Marco, fra presente e passato, ancora in corsa per il titolo Superbike con Aprilia

Numeri alla mano, Marco Melandri è indiscutibilmente un campione. Ventidue vittorie nel motomondiale (dove ha centrato l'alloro in 250 con Aprilia nel 2002), altre 15 in Superbike, 104 podi in totale a livello mondiale. Spesso però i luoghi comuni parlano di un pilota talentuoso quanto fragile psicologicamente. Alla vigilia della doppia gara di Misano, il ravennate ha tentato di tirare le somme e tracciare i percorsi di una lunga odissea che lo ha portato, tra alti e bassi, a giocarsi il mondiale delle derivate di serie nella sua seconda giovinezza (classe 1982, 32 anni ad agosto).

"Io credo di aver vinto sempre meno di quello che avrei potuto – racconta – Da una parte è stato un bene arrivare dopo Valentino, perché ha alzato il livello mediatico ed economico dell'ambiente. Dall'altra però è stata la mia fine, perché in Italia c'è sempre stato solo lui, gli altri non erano nessuno. Sono arrivato sempre nel posto giusto al momento sbagliato".

Ad esempio?

"Dopo il secondo posto nel 2005, dopo aver fatto secondo nel mondiale con Gresini, mi sarei meritato un posto in HRC ma invece lo hanno dato a Pedrosa perché volevano uno spagnolo. È stata una catena di eventi, ma quello è stato il primo tassello che mi ha fatto perdere la strada giusta".

Prima invece?

"Ero semplicemente troppo giovane. In Aprilia ho avuto difficoltà ad amalgamarmi con il team di Brazzi perché avevamo caratteri troppo diversi. A lui serviva uno più deciso che gli desse ordini, nonostante sia bravissimo, ma io non avevo l'esperienza necessaria".

Tornando a fine 2005, come ha proseguito la catena di eventi?

"La scelta di andare in Ducati era stata giusta, ma è andata com'è andata. Alla fine sono stato un consulente esterno. Ma anche andare in Kawasaki era una mossa giusta. Purtroppo hanno chiuso, ma era un bel gruppo, tanto che molti di loro sono venuti con me in Superbike".

Ecco. Come hai vissuto la decisione di passare al campionato rivale e spesso bistrattato?

"Sono stato criticato tanto per la scelta di venire qui, ma a me piace vincere o comunque provare a farlo. In MotoGP non ne avevo la possibilità, e fare da contorno agli altri non mi interessava. Venire in SBK mi ha dato una grande motivazione".

Infatti sei partito forte, con team e moto di livello…

"In Yamaha sono stato benissimo, anche con i giapponesi ho un rapporto splendido, ci sentiamo tutt'ora. Anche con BMW stavo molto bene, ma è mancata secondo me un po' di intelligenza nel gestire la situazione".

In che senso?

"Faccio un esempio, come siamo passati in testa al mondiale nel 2012 sono arrivati i tedeschi in pista a dirci che il prossimo anno avrebbero chiuso il team interno. Con il titolo in gioco, con che spirito vai a giocartelo? Sono caduto quattro volte di fila, ero sotto pressione. Non tanto per il titolo, ma perché vedevo gente intorno a me gente che non aveva motivazione. I nostri ragazzi erano stati in Germania a lavorare tutto l'inverno, avevamo preso una moto che non voleva quasi nessuno, l'avevamo portata in cima… È stata una mazzata. Per la prima volta, mentalmente mi sono sentito davvero in difficoltà".

Eppure non era la prima volta che fronteggiavi una situazione simile…

"In Ducati era un insieme di cose. Tutti davano la colpa a me, dalla dirigenza alla squadra. Invece sentivo che c'era qualcosa che non andava nella moto. In BMW invece le cose andavano bene, avevo un contratto biennale, è stata una doccia fredda".

Da lì all'Aprilia, che però ti sei trovato in mano con presupposti diversi da quelli che avevi trovato al momento della firma del contratto.

"A livello di immagine, Dall'Igna era l'Aprilia, ma a volte i cambiamenti sono un passo avanti. Come quando lui sostituì Witteven. Sembrava impossibile fare meglio, ma così non è stato. Un cambio di mentalità a volte può servire".

Ti aspettavi le difficoltà iniziali?

"Mi aspettavo la moto che ho trovato adesso, in Malesia e qui. Ci ho messo tempo perché sono un pilota diverso. Peso di meno, sono più basso, ho necessità diverse rispetto ai setup 'standard' di Aprilia. Anche rispetto a Biaggi. L'elettronica e gli assetti sono molto diversi tra noi. Io uso una moto più caricata davanti. Io guido con l'anteriore, i miei predecessori col posteriore. Io invece non ci riesco".

A livello di squadra, invece, che problemi ci sono stati?

"Più che altro abbiamo perso troppo tempo ad amalgamarci tutti insieme. Eravamo in tre, Albesiano, io, ed il gruppo di lavoro. Una volta compiuta la 'triangolazione' c'è stata la svolta. Abbiamo perso tanto tempo, ma siamo arrivati".

E adesso?

"Ora penso a vincere più gare possibili. Corro per questo ad ogni partenza, poi vedremo negli ultimi GP a che punto siamo. I punti di distacco, 54, sono tanti ma nemmeno troppi. Secondo me non è chiuso il mondiale".

Che effetto ti fa essere, insieme a Dovizioso, l'ultimo cavaliere dell'epoca d'oro del motociclismo italiano.

"Tutti i piloti della mia generazione, io, Capirossi, Rossi, Biaggi…veniamo da situazioni comunque non facili. Non eravamo certo viziati, ma abbiamo dovuto fare sacrifici insieme alle rispettive famiglie. Siamo cresciuti con la voglia di arrivare.  E poi l'ambiente, quando ero ragazzino io, era più alla mano. Potevi avere la fortuna di trovare qualcuno che ti aiutasse se non avevi una famiglia facoltosa".

Di tempo ne è passato da allora. Ha lasciato ricordi indelebili, cicatrici, lacrime e sorrisi sul corpo e sulla mente del ravennate. Che, con questo, abbassa la visiera un'altra volta. Il viaggio non è ancora finito, ma la sua Itaca non è lontana. Può quasi vederne i contorni…

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