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Meda: il "personaggio" della SBK è ancora Biaggi

"Manca il pilota che 'buca' lo schermo, ma nelle derivate di serie anche le moto hanno un anima"

Da 12 anni a questa parte, Guido Meda è la voce ed il volto delle due ruote in TV. Una sorta di aedo dei nostri tempi, con un accento dolce e squillante al contempo ed uno sguardo bonario, Meda ha tramandato gioie e dolori dei piloti dal paddock ai salotti, a "smanettoni" e massaie indistintamente. Da quest'anno, tuttavia, ha cambiato casa, passando dalla MotoGP alla SBK. Tra un turno e l'altro, ha raccontato le sfaccettature di un nuovo percorso, avventura, racconto…

"Il mio lavoro è lo stesso – ha raccontato Meda a Donington – Quando le gare sono belle, mi diverto uguale. A costo di suonare banale, i punti di forza della SBK sono soprattutto l'accessibilità degli interlocutori – piloti e non – e l'apertura nei rapporti con gli addetti ai lavori, anche se non è che nel motomondiale avessi problemi. I lati negativi? Ci sono meno soldi, e anche meno organizzazione, come ad esempio nello stabilire orari per le interviste ai piloti. Piccoli dettagli. La risonanza, poi, è diversa".

Qual è la sfida più difficile?

"Siamo in un momento di crisi, ed il motociclismo ha perso parte della sua gioia. È molto stimolante provare a raccontare la SBK più o meno con gli stessi criteri della MotoGP facendola crescere. Non parliamo solo ai motociclisti, ma a tutti. La Dorna ha fiducia nel nostro modo di lavorare, e ci ascoltiamo a vicenda. C'è la stessa sinergia che nel motondiale".

Della SBK, si dice spesso che manchino i personaggi rispetto al motomondiale…

"In una gara di moto che deve essere bella in quanto tale, cercare di tirare fuori dei personaggi vincenti è un meccanismo un po' perverso. Ma non ha senso nascondersi, la TV funziona se qualcuno sa fare le cose bene ma anche comunicarle bene. La nostra ricerca è un po' volta anche a trovare il personaggio".

Che però, al momento, non c'è.

"Il fatto di avere fatto buoni risultati pur senza avere un italiano feroce, che svetta e vince tutte le gare, vuol dire che stiamo facendo un buon lavoro. Forse, il pilota più popolare della SBK è ancora quello che abbiamo in cabina di commento. Devo dire, poi, che con Max abbiamo sviluppato davvero un bel rapporto. Nonostante il mio nome sia stato più associato a quello di Valentino, e da un certo punto di vista sembrassimo una strana coppia, ci siamo amalgamati subito. Max è bravo e competente, l'aggiunta perfetta ad un team già collaudato come il nostro".

Dove cercare un erede?

"Nessuno 'buca' veramente lo schermo, ma abbiamo dei binomi meravigliosi, Giugliano in Ducati e Melandri in Aprilia. Se entrambi finalizzassero sarebbe bellissimo, forse meno stimolante ma più facile per noi e per il pubblico da casa".

Che cosa ti ha sorpreso di più nel passaggio da un paddock all'altro?

"Mi aspettavo un paddock più festoso. Negli ultimi anni avevo visto la MotoGP moderarsi molto, aumentando professionalità ed organizzazione a scapito della dimensione più emozionale, popolare, divertente".

Per aumentare la popolarità della SBK, quanto aiuta il fatto che sia rimasta in chiaro?

"Personalmente, sono avverso ai confronti, specie adesso che una serie è in chiaro e l'altra a pagamento. I bacini di utenza sono fondamentalmente diverse. Confrontare i dati di ascolto mi sembra fine a sé stesso. Il fatto di essere la disciplina più vista conta, ma mi interessa di più l'incremento nostro. Quello dà la misura delle qualità del nostro lavoro e del gradimento che riscuote".

Parlando di motomondiale, spicca ovviamente l'assenza di un Rossi…

"Tanti dicono che è facile far crescere uno sport come questo con un personaggio come Valentino. Dei suoi nove mondiali, ne ho raccontati sei. Ho vissuto l'Eden del telecronista, non posso chiedere di più. Ma abbiamo camminato in parallelo con un'era motociclistica straordinaria per gli italiani. Questo però non lo puoi ottenere senza investire prima sulla credibilità. Poi certo, senza Rossi sarebbe stato tutto più difficile, lui rimane il metro di paragone".

Credi che possa mai passare di qua?

"Francamente mi riesce difficile immaginarlo in SBK. È legato a quel mondo, ad ottenere il massimo, anche a livello di ciò che guida. Potrebbe essere un 'divertissement' forse. Finché è competitivo, credo gli dia più gusto confrontarsi contro Marquez piuttosto che Guintoli o Sykes. Ma non posso fare previsioni".

Quindi, che fare?

"Trovare un personaggio, se non c'è, non si può fare per forza. Ci pensa un po' madre natura. Io ho avuto fortuna nella mia carriera di cronista, raccontando due come Alberto Tomba e Valentino Rossi da inviato. Il nostro mestiere rimane innanzitutto raccontare innanzitutto le sfide sportive. Per come è strutturata adesso la SBK, il tetto sotto quale sta, c'è comunque il rischio che un personaggio che nasce qua vada poi via".

Forse, allora, vale la pena di insistere anche sull'anima delle moto…

"Mi considero un italiano medio, perché soffro tantissimo il fascino della moto derivata di serie. Per me, comunque, l'uomo importa sempre più della macchina, ma cercare il DNA della moto da strada in quella da corsa è stimolante, e un punto a favore di questo campionato. Le moto hanno un anima distintiva e sono in qualche modo simili a quelle che guidano gli appassionati. Nella MotoGP avevamo un attaccamento ai personaggi, qui ti viene facile anche parlare delle marche. Innanzitutto perché ce ne sono tante, e poi perché le forme sono quelle".

Com'è cambiata, secondo te, la SBK il vostro arrivo?

"Credo che prima fosse più di nicchia, destinata allo zoccolo duro degli appassionati che, proprio perché più tecnicamente competenti dello spettatore medio, snobbavano magari le gare del motomondiale ed il pilota 'popolare'. Ora, senza 'tirarmela', credo che le nostre personalità siano abbastanza riconosciute dagli spettatori. Raccontando la SBK come il motomondiale, la gente che ci ha seguito negli anni impara a seguire di più anche le derivate di serie".

La MotoGP, invece, è in calo.

"È un errore considerare l'audience senza conoscere il contesto più ampio. Ad esempio, comparare l'incremento o il calo di share rispetto alla stessa gara lo scorso anno. Magari una volta la gente era tutta a casa perché c'era brutto tempo, mentre l'altra sono andati tutti al mare. Ci sono troppi parametri da tenere considerazione, ed è semplicistico paragonare solo i numeri. L'offerta TV si è moltiplicata a dismisura. Nessun evento fa più il 40% di share, ora con il 5/7% c'è da leccarsi i baffi".

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