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SBK, Ducati: la rinascita comincia dal pilota

Giugliano e Davies scommessa obbligata, più importanti dei cavalli

L'assalto di Ducati al titolo Superbike, che manca alla Casa di Borgo Panigale dal 2011 (Carlos Checa), prevede una controffensiva su tutti i fronti. La squadra, presentata ieri, si rinnova sia dal punto dei piloti (Chaz Davies e Davide Giugliano) che della gestione (ricreata la partnership con Feel Racing), ma è anche il Reparto Corse, del quale ha assunto recentemente il timone Gigi Dall'Igna, chiamato a incrementare la competitività della bi-cilindrica rispetto alle rivali.

Cuore vs. potenza"servono cavalli in più" è il mantra ripetuto a più riprese dagli uomini Ducati a giustificazione delle prestazioni sottotono nell'anno di debutto della nuova supersportiva in SBK. Il motore portante "superquadro" presenta infatti diversi vantaggi dal punto di vista della leggerezza (della moto intera), ma le dimensioni elevate del pistone (112 millimetri di alesaggio) comportano uno spostamento della coppia massima a regimi più alti. Ad inficiarne la competitività, il regolamento per una bi-cilindrica limita drasticamente ogni intervento su pistoni e bielle.

A Borgo Panigale lo sviluppo prosegue senza sosta, alla ricerca di quei cavalli (una quindicina) che separano la Rossa dalle controparti a quattro cilindri. Nel frattempo, i due piloti sono chiamati a "metterci del loro". È proprio questo che è venuto a mancare, per una serie di sfortunate coincidenze, lo scorso anno. Al debutto ufficiale entusiasmante della Panigale, in pole position a Phillip Island con Checa, non hanno fatto seguito vittorie. L'unico podio, quello di Badovini sotto il diluvio a Mosca. Le ragioni possono essere cercate soprattutto nelle precarie condizioni fisiche dei due piloti, che hanno sofferto a più riprese infortuni di vario genere che gli hanno sottratto la fiducia necessaria per spingere la moto al limite e oltre.

Questo è il compito di Davies e Giugliano, rispettivamente quinto e sesto al termine nello scorso campionato. Entrambi hanno dimostrato di saper andare forte, ma nella stagione a venire avranno un imperativo: incrementare la regolarità e minimizzare le cadute. A prescindere dal rischio di infortuni, infatti, ogni ritiro si riflette pesantemente sulla classifica iridata (basti pensare alla stagione di Eugene Laverty, nove volte vittorioso come il campione Tom Sykes, ma troppo discontinuo nella prima metà del campionato).

Sia il romano che il gallese (24 e 26 anni rispettivamente) sono ad un punto cruciale della loro carriera. Giovani dalla notevole esperienza tra le derivate di serie (Davies fu campione nella WSS, Giugliano nella Stock1000), entrambi hanno dimostrato di poter vincere, ma difettano ancora della continuità necessaria per laurearsi campioni. La scelta di Ducati di scommettere sul loro talento, professionalità, e "fame" non fa, come si suol dire, una piega. Fin qui, hanno entrambi mostrato una totale assenza di pregiudizi sulla moto, cosa necessaria quanto non scontata visti i precedenti. Pur diversi nello stile, i due si assomigliano nell'approccio agonistico "vecchio stile", duro ma corretto e soprattutto generoso.

La loro ambizione rappresenta, in un'ottica di convivenza ai box ed in pista, più un'opportunità che un rischio. A ben vedere, sulla carta, sono loro l'arma in più che è mancata (non per demeriti dei loro predecessori) lo scorso anno. Un onore ed un onere, da vivere e rispettare a tutto gas.

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