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SBK, Haslam: correre è un affare di famiglia

Ron: "Non ho mai spinto Leon verso le moto, ma ora sono io a seguirlo"

Di figli d'arte, lo sport, ne è pieno. Nelle due ruote, uno degli esempi più noti è quello di Graziano e Valentino Rossi, ma molte altre famiglie di piloti hanno corso attraverso varie categorie e generazioni. Come gli Haslam, che tra Ron "Rocket" e Leon sfrecciano nei circuiti di motomondiale e Superbike da quasi trent'anni.

Il rapporto tra genitori e figli, specialmente in un ambiente dove pericolo e adrenalina sono all'ordine del giorno, è spesso conflittuale. Innumerevoli sono ormai i casi in cui il figlio allontana, almeno temporaneamente il padre dai box una volta arrivato al mondiale. Tra gli esempi più recenti ci sono quelli di Jorge e Chicho Lorenzo e Casey e Colin Stoner. Gli Haslam invece continuano a girare il mondo insieme, con la tipica calma anglosassone di chi ha corso tanto, ma ancora non si è stancato.

"A volte fare il padre in pista può essere un'esperienza che ti spaventa – ha ammesso Ron Correre è pericoloso, e se lo hai fatto anche tu sai che le cose possono andare storte molto rapidamente, senza nemmeno dipendere dal pilota. Quando osservi e sai cosa deve accadere, e non succede, ti prende l'ansia. Se tuo figlio stenta passare sul traguardo, ti chiedi se gli sia accaduto qualcosa. Hai paura".

Come fate tu e Leon ad andare d'accordo?

"Non gli dico mai cosa deve fare, semplicemente gli illustro quelle che credo siano le sue opzioni. Sono qui solo per dare una mano, nulla di più, non lo critico, anche se raramente gli faccio i complimenti. Voglio che cerchi sempre di migliorare".

Hai mai voluto che tuo figlio seguisse le tue orme?

"Sinceramente no, perché ho visto il comportamento di altri padri, le loro brutte maniere in pista con i figli, e mi sono sempre detto 'non lo farei mai'. A dire il vero, ho cercato di scoraggiarlo ripetutamente, né gli ho mai offerto di correre qualche gara. È stato lui a chiedermelo, e solo allora l'ho sostenuto".

E poi?

"Poi gli ho fatto fare la gavetta. Gli ho reso le cose difficili. Gli facevo pulire le moto ed il furgone, oltre a preparare il box".

Hai mai pensato che non ne valesse la pena?

"Quando aveva 12 o 13 anni, Leon si ruppe una gamba in una gara di cross. Gli dissi che era meglio smettere, che bastava così. Allora lui andò da sua madre, implorandola di convincermi a lasciarlo continuare a correre. Allora capii che era veramente la sua strada, che non stava praticando questo sport perché lo facevo anche io".

Rispetto a quando correvi tu, quale credi sia stato il più grande cambiamento?

"L'elettronica. Ora serve un tipo diverso di pilota. Devi fidarti più della moto che di te stesso. Devi superare la paura che la moto reagisca in modo sbagliato. Ma ai miei tempi, il 70o 80% delle cadute era causato dal pilota, oggi questa percentuale si è ridotta in modo significativo".

Hai mai guidato una SBK moderna?

"Ho provato la BMW di Toseland in passato, ed allora ho capito quanto fossero cambiate le moto. Però vado ancora in pista. Ho una scuola di guida aperta a Donington per 20 giorni all'anno, dove usiamo moto dalla 125 alle 1000, con persone dai 12 anni in su".

Ron Haslam, peraltro, è da poco diventato nonno. Chissà che uno dei due nipotini (un maschio ed una femmina) non estenda la dinastia ad una terza generazione di piloti…

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