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MotoGP, Amarcord, Biaggi: nulla è come una 500

"E' un cavallo di razza. Se può perdonare Dio abbiamo il dovere di farlo tutti noi"

Sono passati tanti anni, ma tanti ne passeranno ancora prima che il motociclismo riviva una rivalità come quella che c'è stata fra Max Biaggi e Valentino Rossi.

Una rivalità che ha permesso di scrivere pagine epiche, alcune delle quali sono state opera di un inviato di razza quale è Dario Torromeo, a lungo prima firma del Corriere dello Sport negli sport olimpici. Uno dei cantori del grande pugilato, da Muhammed Alì a Mike Tyson. Autore di bellissimi libri sulla boxe. Troppi per poterli elencare uno ad uno.

Questa intervista ha quattordici anni, ma l'attualità di una scritta ieri. I Campioni rimangono tali con le proprie manie, idee, debolezze e punti di forza.

 

di Dario Torromeo

Anno 2001,  vigilia del Mondiale. Assieme a Paolo Scalera continuavo a girare l’Italia per raccontare agli innamorati della moto i loro eroi. Avevamo incontrato Max Biaggi  in un bar che frequentava con tanta assiduità che potevi pensare fosse il suo ufficio. Questa è l’intervista che gli ho fatto in un freddo pomeriggio romano. Resiste nel tempo. E il merito è tutto suo.

Ha l’aria più serena del solito Biaggi, è come se finalmente avesse messo in ordine ogni cosa. Si racconta con meno freni del solito, lanciandosi nella chiacchierata come fa quando è sulla moto. Aggressivo, ma sempre totalmente razionale.

Max, c’è un desiderio che vorresti fosse esaudito, oltre quello di vincere il mondiale?

"Al momento direi di no. Di sogni è meglio averne uno per volta. Atrimenti quelli che hai prima dell’ultimo perdono importanza. Il desiderio deve essere ambizioso, importante, ma realizzabile."

Come quello di guidare una Formula 1?

"Chissà. Tifo Ferrari da sempre. L’unico che poteva deviare il mio amore per la rossa era Ayrton Senna: un mito, qualcosa di unico. Adesso che ci penso, un sogno l’avevo: Senna su una Ferrari, sarebbe stato davvero fantastico."

E il sogno legato alla Roma?

"Il momento si avvicina, ma per festeggiare aspettiamo l’ultima partita."

Cambieresti la possibilità di conquistare un titolo nel mondiale con quella di giocare nella Roma dello scudetto?

"Sì. Per la felicità di tutti i romanisti, per Roma che amo in modo particolare, per come i romani vivono il calcio. Per un anno lascerei il motomondiale e mi toglierei lo sfizio dello scudetto in giallorosso. Un anno in prestito, poi tornerei sulla mia 500."

Che sensazioni regala la vittoria del motomondiale?

"E’ la cosa più bella che possa capitare a chi ha fatto di questo sport tutta la sua vita. Anche se Agostini è imprendibile con tutti quei titoli che ha vinto, sono orgoglioso di essere il primo italiano dopo di lui."

Raccontaci, come si sta in sella ad una 500?

"E’ un cavallo di razza che corre veloce, ma ogni tanto va più veloce di quello che ti aspetti e se non stai attento ti sbalza giù in un attimo. Se volessi dare un’idea più precisa ad un profano, gli direi di immaginare le prestazioni di una Formula Uno con due ruote. Sulla pista del Mugello la Ferrari e la mia 500 come velocità di punta erano separate solo da qualche chilometro. E’ chiaro: la quattro ruote fa la curva più veloce, ma se dividi le frazioni uscita curva e metà rettilineo la velocità è simile. Senti che la moto sprigiona un’energia da ogni sua componente: dalle fibre di carbonio, attraverso la sella, la carenatura. Tutta quella potenza arriva fino a te. E magnifico!"

Cosa ti dà fastidio nel mondo delle moto?

"Le voci, il falso, chi vuole ritagliarsi addosso un personaggio che non è il suo. Alla fine, la verità salta fuori. Chi si costruisce un modello finto viene scoperto e quando questo accade, tutto quello che hai fatto non ha più il peso di prima. Farsi scoprire è una grande delusione, soprattutto per i propri tifosi.

Il rivale in pista è un nemico?

"Certo. Se non riuscissi a vederlo così, difficilmente riuscirei a mettergli le ruote davanti."

Sai perdonare?

"Se può perdonare Dio, abbiamo il dovere di farlo tutti noi. Ma, devo essere sincero: se mi hanno fatto una cattiveria grossa, non mi sento di dire così su due piedi che sarei pronto a perdonare"

Leggete il resto della lunga intervista cliccando QUI.

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