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MotoGP, Stoner: conta la passione, non i soldi

"Iniziai a correre a 6 anni per 'imitare' mia sorella. Da allora fu un'ossessione"

Casey Stoner ha da poco pubblicato la sua biografia. un libro che lega il suo lato umano e sportivo a doppio filo. Rimane però, per molti, la curiosità di penetrare ulteriormente l'animo di un personaggio così complesso, polarizzante come pochi prima e (probabilmente) dopo di lui. A questo proposito, è interessante ascoltare l'intervista della ABC australiana a cura di Paul Kennedy. Nel caso non foste pratici con l'inglese, vi abbiamo tradotto i punti salienti.

"Non mi ricordo la prima volta che ho guidato una moto – ha dichiarato Stoner, cercando di tracciare le origini della sua vita sportiva – Ma guardando le foto mi viene in mente qualcosa. Ciò che ricordo meglio è quando avevo sei anni, allora cominciai a diventare ossessionato dalle moto. Non volevo mai scendere dalla sella".

Hai iniziato molto presto. Lo trovi un bene o un male?

"Quando vedo altri bambini cominciare più tardi di me rifletto sul fatto che a quell'età io già correvo. Non so se cominciare così presto sia stato giusto. Forse mi ha aiutato a sviluppare le mie capacità più in fretta. Ha fatto parte della mia crescita".

Da dove è nata la voglia di moto?

"La mia famiglia è sempre stata appassionata. Mia sorella ha iniziato a correre in moto da piccola ed è sei anni più grande di me, quindi ovviamente volevo fare quello che faceva lei. Non mi sono mai concentrato su altri sport e non avevo altre distrazioni a disposizione, quindi le moto sono diventate la mia unica passione".

Come ti allenavi?

"Costruivo piste in giardino, con un secchio, o una roccia, o un bastone. Mi è sempre piaciuto avere un circuito, qualcosa di fisso dove valutare i miei miglioramenti".

Chi ti ha aiutato a muovere i primi passi da pilota?

"Ho sempre avuto una sorta di sesto senso per capire dove era necessario migliorare. È una cosa che mi ha instillato mio padre, con i suoi consigli quando ero agli inizi, ma in generale non c'era bisogno che lo facesse. Ho sempre avuto un buon istinto per capire dove stavo guadagnando o perdendo tempo, le traiettorie ed il livello di aderenza".

Hai avuto una figura guida da professionista?

"Non ho avuto mentori. Ho imparato molto da solo, guardando altri piloti. Ovviamente mi hanno dato buoni consigli, ma non ho mai avuto un allenatore".

Come mai parli spesso al plurale nelle interviste?

"È uno sport individuale, ma il risultato arriva con l'aiuto di altre persone. I meccanici, gli sponsor, gli addetti ai lavori. Per questo uso la forma collettiva".

Ti senti ancora invaso nella privacy?

"Ho imparato a gestire meglio la perdita della privacy, ma è ancora qualcosa che non mi piace. Addirittura i piloti europei delle categorie minori ricevono molte attenzioni, mentre quando mi presentai nel motomondiale quasi nessuno si accorse di me. Mi consideravano un perdente, uno che vince qualche gara ma solo con l'aiuto della fortuna".

Cosa cambiò allora?

"Un giorno vinsi un mondiale in MotoGP arrivando dal nulla, e non ero preparato. Nemmeno dal punto di vista mediatico; non sapevo come gestire l'attenzione. Mi ha fatto chiudere in me stesso ancora di più".

Anche da 'pensionato' rimani però al centro dei dibattiti…

"La gente si aspetta che mi sia solo preso un anno sabbatico, ma niente è più lontano dalla verità. Le cose stanno tornando alla normalità, anche se lentamente. Non si tratta di essere ingrato, ma il denaro non conta nulla per me. Non ho mai corso per soldi, sempre per passione. Quando questa è venuta a mancare, per me era finita. Ora magari aprirò un'attività, un'idea che mi accompagnato per anni ma non ho mai avuto il tempo di realizzare".

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