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MotoGP, Drudi: il genio pop di Rossi & co.

"Tutto cominciò dal casco di Graziano nel 1982. Con Vale e Sic i momenti più belli"

Ogni pilota è un guerriero. Ogni casco, un elmo. Ogni elmo, una storia. Nella tradizione epica del motomondiale, Aldo Drudi è un aedo silenzioso ma particolarmente acclamato. Forse più di ogni altro, l'artista grafico romagnolo ha saputo creare un tramite tra la passione astratta per le due ruote e le personalità particolari dei suoi migliori interpreti.

Da Lucchinelli a Falappa, passando per Schwantz, fino ad arrivare a Valentino Rossi, i caschi di Drudi sono parte integrante della storia fatta da chi gli indossava. Certo, l'elmo del #46 (in tutte le sue varianti, comprese le edizioni speciali che ogni anno debuttano al Mugello ed a Misano) è diventato uno degli accessori più iconici e popolari del motociclismo da corsa, ma in realtà la carriera di Drudi è decollata con un altro Rossi…

"Nei primi anni '80 ho cominciato a realizzare alcuni caschi per i piloti della Morbidelli – racconta Drudie nel 1982 ne feci uno per Graziano Rossi, che allora era sponsorizzato da mio fratello. Piacque molto e da allora cominciai a farmi un nome nel paddock".

Come è cominciata questa occupazione?

"Ho fatto la scuola d'arte, sono sempre stato un disegnatore, e molto appassionato di moto. Dopo aver disegnato il casco di Graziano è decollata l'avventura. Ero quasi coetaneo dei piloti italiani di allora, Luchinelli, Reggiani, Gianola… Quindi ho fatto i caschi anche a loro, poi con Schwantz sono passato al livello internazionale. Lavoro con diverse aziende produttrici di caschi, ma solo con Arai ho una collezione di serie".

Hai tre grafiche alle quali sei particolarmente legato?

"Partirei da quello di Graziano Rossi, poi ovviamente il primo di Schwantz – per me fu un onore perché in quegli anni era come Gesù (ride) – poi quello di Sic perché non è più qui, passando da tutti quelli fatti per Valentino".

Come si svolge il processo creativo?

"È uno scambio continuo, aperto e critico di idee con il pilota. A volte è lui ad avere idee eccezionali, ma in generale il successo di un casco dipende molto dai risultati sportivi di chi lo indossa".

Quali sono stati i momenti più divertenti della tua carriera fin qui?

"Il ricordo più tenero riguarda Marco Simoncelli. Una volta mi suona alla porta, tutto sudato e con il casco ancora addosso. Gli chiedo 'che ci fai qui?' e lui mi risponde che doveva urgentemente andare in bagno ed era indeciso se venire da me o dalla nonna, ma che poi ha scelto me perché da lei ci andava poco e non stava bene presentarsi solo per quello (ride). Un altro bel ricordo fu quando creammo il casco di Valentino per il Mugello nel 2008, quello con la faccia stampata sopra. Prima di arrivare a quell'idea, avevamo parlato fino all'alba senza arrivare a nulla. Tanto che Valentino voleva farlo bianco e scriverci 'non mi è venuto in mento un c****'. Poi ci siamo messi a parlare della pista, e mi ha fatto quell'espressione parlando della Casanova-Savelli…"

Aldo Drudi e Mattia Casadei © GPone.comTornando a Simoncelli, sei rimasto legato a Paolo. Tanto che realizzi i caschi per i suoi piloti in pre-GP, Mattia Casadei e Kevin Sabatucci...

"Si, sono molto legato a Mattia in particolare (nella foto) in virtù di un'amicizia cominciata con suo padre nelle lunghe notti romagnole dove ci si ritrova a fare un po' di casino con moto ed auto. La scomparsa di Marco ha lasciato il segno, ed è bello ricominciare dai giovani, con meno pressioni anche se ne hanno pure loro. Mattia è praticamente sempre qui a curiosare e rompere le scatole (ride). Spero che la sua avventura prosegua bene come pilota, ma in caso contrario può venire a darmi una mano".

Hai un progetto del quale vai particolarmente fiero?

"I caschi sono i miei manifesti pubblicitari, ma sono molto orgoglioso della tuta realizzata con Dainese che adotta protezioni in titanio ed elastici funzionali. L'idea mi è venuta parlando con il Dott. Costa, ed abbiamo capito che più comfort avrebbe comportato maggiore sicurezza perché il pilota può reagire meglio alle sollecitazioni della caduta. Nel 2001 ho vinto il Compasso d'Oro, un premio di design che in passato è andato a mostri sacri come Giugiaro, ma non l'ho ritirato di persona perché ero a Phillip Island a vedere la gara della 500, quando Valentino vinse su Biaggi in volata".

E, con questo ricordo, il volto dell'artista romagnolo si illumina dell'ennesimo sorriso. Perché lo sport è fatto di storie, e raccontarle per immagini è tanto bello quanto descriverle a parole.


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