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MotoGP 2014: il mondiale diventa il CEV

Con Pol Espargaró i piloti iberici sarebbero il 30% in griglia. Urgono alternative

Una delle storie più chiacchierate degli ultimi giorni è quella dei contatti tra Pol Espargaró e la Yamaha, che lo vorrebbe nel team Tech 3 riguardo ad un passaggio dello spagnolo in MotoGP a partire dal prossimo anno. A farla trapelare, non senza una punta di sarcasmo, è stato Cal Crutchlow, indiziato numero uno a perdere il posto – nonostante ampie dimostrazioni di essere il più veloce su moto satellite – dal momento che Smith ha un contratto biennale.

L'arrivo di "Polyccio" in classe regina non tocca però solo il britannico, ma l'intero campionato. Basta un rapido sguardo alle bandiere della lista dei piloti per notare come la Spagna stia ormai dominando la categoria, e non solo dal punto di vista sportivo con Marquez, Pedrosa e Lorenzo in vetta alla classifica. Oltre ai "tre tenori", ci sono anche Aleix Espargaró, fin qui bravissimo sulla ART a dare del filo da torcere ad alcune MotoGP, Alvaro Bautista ed Hector Barbera. Con Pol, il numero di spagnoli salirebbe a 7 su 24 ipotetici piloti in griglia, ovvero quasi il 30%. Un po' troppi, specialmente per un mondiale.

Passi che è giusto dare spazio ai giovani, ma il rischio è trasformare la MotoGP in un CEV (il campionato nazionale iberico). Un rischio che, forse, nemmeno la Dorna vuole correre. Basti pensare agli sponsor, la cui lista si sta già assottigliando a ritmi preoccupanti: chi ha interesse ad investire su un prodotto sempre meno internazionale, sia come risonanza mediatica che come cast di attori coinvolti? La situazione economica in Spagna, poi, non lascia sperare che in molti si facciano avanti, anche se a sostegno dei piloti portabandiera.

Senza poi parlare dei meriti sportivi. Complice l'attuale livello, alzato negli anni recenti prima da Stoner, poi da Lorenzo ed infine da Marquez, diversi piloti in classe regina sono relegati al ruolo di comparsa ed sul podio si vedono sempre le stesse facce.

Stabilire chi meriti la MotoGP e chi no non è una scienza esatta. Ogni giudizio è opinabile, e spesso la meritocrazia lascia spazio a interessi commerciali. Al momento ci sono 6 spagnoli, 4 italiani, 3 inglesi, 3 americani, 2 cechi, 1 australiano, 1 francese, 1 colombiano, ed 1 tedesco. Tra questi, solo Rossi, Dovizioso, Lorenzo, Pedrosa, Marquez e Crutchlow paiono intoccabili. Anche Bradl, Bautista, Iannone, Hayden ed Espargaró si sono guadagnati la fiducia, dimostrando sul campo sprazzi di brillantezza.

C'è poi una lunga schiera di piloti su moto meno performanti – dove però quasi mai finiscono i fenomeni – che è difficile giudicare. Alcuni sono forse approdati alla massima serie troppo presto, altri solo per il portafoglio, altri ancora cominciano a sentire gli anni ma fanno di tutto per restare. È qui che la Dorna dovrebbe concentrarsi, guardando non solo alla Moto2 ma anche alla SBK della quale è ora proprietaria, per rinfrescare i ranghi ed incrementare l'interesse su mercati "non mediterranei".

I candidati papabili, per quanto non numerosi, non mancano di certo. Oltre ad Espargaró, anche Redding e Nakagami hanno fin qui dimostrato di aver raggiunto la maturità agonistica nella classe intermedia. E a chi non piacerebbe vedere come se la caverebbero Sykes, Laverty, Davies, Baz e Giugliano con i prototipi?

La Spagna, non solo grazie alla Dorna, sta beneficiando di una politica di investimenti sportivi a lungo termine fatti prima dell'avvento della crisi, raccogliendo successi ben al di là del motociclismo (calcio, basket, tennis, etc.). Eppure, per quanto riguarda le due ruote, urge un cambio di rotta. Che sia mettendo Dorna e FIM più a stretto contatto con le federazioni locali per agevolare la crescita di volti nuovi, o cambiando le regole del gioco dall'interno, il motomondiale ha bisogno di piloti bravi provenienti da tutto il mondo.

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