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Nel mondiale è tempo di riflettere

VIDEO - La morte di Tomizawa ha lasciato tutti nella tristezza, ma bisogna pensare al futuro

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L’incidente capitato a Shoya Tomizawa è ancora negli occhi di tutti. I protagonisti della Motogp si interrogano sui perché della tragedia.

Il dolore per la perdita è acuto nel mondo colorato e appariscente del circo della moto, che a volte è molto più attento all’immagine che alla sostanza.

La domanda che tutti si fanno è sempre la stessa: sarebbe stato giusto non far partire la Motogp?

Che le condizioni di Tomizawa fossero gravissime, se n'erano accorti tutti, soprattutto i piloti della classe regina che prima di salire in sella, uno sguardo alle gare delle altre classi lo danno sempre.

Ebbene, possibile che una vita umana valga meno di un titolo mondiale, di un podio o del rispetto dei palinsesti?

Possibile, se prendiamo in considerazione la logica del «rispetto delle condizioni di sicurezza in pista», che è stata posta come elemento primario dalla Direzione Gara per la mancata esposizione della bandiera rossa nella gara della Moto2 e per l’altro principio espresso dal Managing Director Events della Dorna, Javier Alonso, che ha affermato come non fosse necessario non far partire la MotoGP poichè la notizia della morte sarebbe arrivata solo alle 14.20, quando la gara era quasi a metà. Tutto vero e incontestabile.

Ma lo spettacolo doveva per forza  andare avanti?

Sì, per la logica dei palinsesti televisivi delle emittenti nel mondo che hanno comprato i diritti della MotoGP, un buco di quasi un'ora nelle trasmissioni, all’improvviso, era impossibile da colmare a meno di dover fare dei programmi di approfondimento sull’accaduto, ma la macchina era in moto e aveva la sua strada segnata, era quella della gara. Dunque, ora è il tempo delle riflessioni sull’incidente, certo, e sul resto.

Il fatto che una cosa come quella accaduta a Misano sia un evento non evitabile per la sua eccezionalità è comprensibile.

I due piloti che hanno investito Tomizawa, Alex De Angelis e Scott Redding, ancora non se ne fanno una ragione, sconvolti come sono dal dolore di essere stati loro stessi a contribuire alla morte del collega, ma allo stesso tempo sono innocenti per il fatto di non aver avuto alcuna chance di poter evitare il tragico epilogo della carambola, che li ha fatti finire a terra a loro volta.

Si ragiona allora sull’eventualità di fermare la gara della Moto2 con una bandiera rossa, del resto con un pilota a terra si è sempre fatto, lo ha detto anche Valentino Rossi.

Si piange un amico, il sorridente Shoya, che passava in sella al suo motorino nel paddock e salutava tutti. Lo stesso ragazzo che andava dai piloti più esperti di lui, come faceva con Loris Capirossi, a chiedere consigli.

Il pilota che sulla moto aveva voluto il numero 48, lo stesso numero che Jorge Lorenzo aveva portato con trionfo nella 250 vincendo, in quella classe,  2 titoli iridati.

E, a proposito, c’è da chiedersi come mai tra i piloti presenti alla conferenza stampa successiva alla gara della Motogp, sia stato il solo Lorenzo a rimanere, commosso, seduto in quinta fila e ancora in tuta, tra i giornalisti, a sentire le spiegazioni di una giornata veramente nera.

I piloti lo sanno, il loro è uno sport pericoloso. Ai tempi di Agostini, lui stesso è stato a ricordarlo, di vittime il mondiale ne contava molte di più. Oggi la tecnologia e l’esperienza hanno aiutato molto organizzatori e piloti. La percentuale di incidenti fatali è scesa in modo importante. Ma avere due decessi per incidenti simili, a una settimana uno dall’altro, è un evento di una rarità sconvolgente. Il mondo delle moto si sta interrogando sul da farsi per il futuro.

Forse, per eventi come quelli di Indianapolis e di Misano, basterà constatare la gravità della morte rispettando la vita, a dispetto di palinsesti e di obblighi contrattuali.


 

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